[L'analisi] Quattro omicidi, banda armata e rapine. Ma quale rivoluzionario, Battisti è solo uno spietato assassino in cerca di soldi

Cesare Battisti all’inizio della sua “carriera” non era un militante rivoluzionario ma, per dirla con il suo pm storico, Armando Spataro, oggi procuratore di Torino, un «criminale comune per motivi di lucro personale», politicizzatosi poi in carcere. E dal carcere di Fossombrone riuscì ad evadere dopo appena due anni dalla cattura

Cesare Battisti
Cesare Battisti

Cosa c’è di persecuzione politica quando la presunta vittima è un rapinatore killer, Cesare Battisti, che si è politicizzato poi in carcere? Come si fa a sostenere la tesi del complotto e di un Paese, l’Italia, che tortura i dissidenti politici? Roba da non credere, che lascia esterrefatti. Quando fai un giro sul moderno Colosseo, il web, che assolve e condanna con faciltà impressionante, e trovi dei giudizi trancianti e assolutori senza che nessuno conosca minimamente la storia processuale di Battisti - per non parlare del rispetto che meriterebbero sempre le vittime del terrorismo o della criminalità - non sai come reagire. Con chi prendertela. Sospetti anche in un disegno preordinato che usa l'ignoranza per altri fini.

Ora che il Brasile potrebbe decidere di riconsegnarci il nostro latitante, ricercato per scontare una pena all’ergastolo per omicidi, banda armata, possesso di armi, rapine, è di nuovo ripartita la campagna di propaganda a difesa di Battisti.
Qualsiasi persona che abbia l’onestà intellettuale prima di pronunciarsi dovrebbe conoscere la storia di Cesare Battisti, il killer rapinatore politicizzatosi in carcere alla fine degli anni Settanta, evaso nel 1981 e latitante per 23 anni fino a quando non fu preso in Francia, e dalla Francia arrivò in Brasile.

Cosa c’è di politico in un volantino che rivendica gli omicidi di un gioielliere e di un macellaio colpevoli di aver reagito a una rapina? Quale obiettivo politico hanno questi due omicidi ideati e realizzati per rappresaglia? In quel volantino ritrovato nel covo dove fu arrestato Cesare Battisti a Milano, siamo alla metà del 1979, accanto alle pistole, mitra e fucili, di politico c’era ben poco. Il succo del farneticante proclama era questo: «I rapinatori uccisi a Venezia e a Milano erano proletari e nessuno poteva arrogarsi il diritto di farsi giustizia e di colpirli solo perché volevano riappropriarsi di quanto era stato tolto loro dalla società capitalistica».

Cesare Battisti all’inizio della sua “carriera” non era un militante rivoluzionario ma, per dirla con il suo pm storico, Armando Spataro, oggi procuratore di Torino, un «criminale comune per motivi di lucro personale», politicizzatosi poi in carcere. E dal carcere di Fossombrone riuscì ad evadere dopo appena due anni dalla cattura. Quella immagine della settimana scorsa di lui che brinda con la birra, con quel sorriso sarcastico, è un fotogramma che difficilmente potrà  essere cancellato. In queste ore in cui la sua possibile estradizione in Italia viene discussa in Brasile, dove riparò dopo la evasione-fuga dalla Francia, sui social c’è un bell’esercito di fan che per partito preso ha preso la difesa di Battisti sposando le vecchie tesi dei francesi (alcuni dei quali oggi pentiti)  che promossero una campagna stampa contro la persecuzione di Battisti da parte della magistratura italiana. Il sistema giudiziario e repressivo italiano - sostenevano i francesi - si macchiò addirittura di torture.

Armando Spataro è stato il pubblico ministero che a Milano ha seguito le indagini e i processi che hanno visto Cesare Battisti condannato all’ergastolo. Oggi declina ogni richiesta di intervista ma in questi anni ha scritto articoli per Le Monde, per un giornale brasiliano, oltre ad aver sostenuto requisitorie e interrogatori nella fase processuale e investigativa. E, dunque, seguendo la sua ricostruzione, il procuratore Spataro riconsegna la vera immagine del killer rapinatore Cesare Battisti. Che è stato condannato all’ergastolo per quattro omicidi. Esecutore materiale per due, palo per un terzo e organizzatore del quarto. Chiarisce Spataro: «Sparò materialmente al maresciallo dei carabinieri Antonio Santoro, Udine il 6 giugno del 1978; al poliziotto della Digos Andrea Campagna, Milano il 19 aprile del 1979. Fece poi da palo nell’omicidio del macellaio Luca Sabbadin, Mestre 16 febbraio 1979, e partecipò alla decisione e alla organizzazione dell’omicidio del gioielliere Pierluigi Torreggiani».

Quel volantino che rivendica la rappresaglia contro il macellaio e il gioielliere fa rabbrividire. Era il 22 gennaio del 1979. Un gruppo di rapinatori comuni entra nel ristorante “Transatlantico” di Milano. Tra i clienti c’è anche il gioielliere  Pierluigi Torreggiani che era armato. Armato come un altro cliente. Quando entrano i rapinatori, i due clienti reagiscono aprendo il fuoco e uccidendone uno, Orazio Daidone. Nella sparatoria viene ucciso anche un cliente. Quasi un mese dopo, il 16 febbraio, alcuni rapinatori irrompono nella gioielleria di Torreggiani e lo ammazzano. Viene ferito anche il figlio del gioielliere, che rimarrà paralizzato a vita.

Quel giorno Battisti non c’è perché si trovava vicino Mestre a fare da palo in un altro omicidio “estorsivo”, contro un macellaio, Lino Sabbadin, “colpevole” di aver reagito a una rapina sparando. In questi anni, da Parigi a Roma e Milano è rimbalzata un’altra bufala molto grave. E cioè che i vari gradi di giudizio del processo si sono svolti senza che Battisti si sia potuto difendere. Bufala. Intanto, verrebbe da chiedergli perché non si è difeso nel processo preferendo evadere dal carcere. Poi, i suoi legali hanno partecipato a tutti i gradi di giudizio. Infine, la stessa Corte europea dei diritti dell’uomo ha respinto il suo ricorso perché «manifestamente infondato». Insomma i suoi diritti di imputato non sono mai stati violati.