Più prendono batoste più prolificano. Non c’è che la sconfitta elettorale per alimentare le voglie scissionistiche dell’estrema sinistra. Fino ad un paio di giorni or sono, a sinistra del Partito Democratico c’erano "Sinistra e libertà" (Vendola), "Rifondazione comunista" (Paolo Ferrero), il "Partito dei comunisti italiani" (Diliberto), "Sinistra democratica" (Mussi), il "Partito Comunista dei lavoratori (Ferrando). Ma oggi salutiamo gioiosi l’arrivo del sesto partito atomico comunista. Si chiama "Comunisti-Sinistra Popolare". Il leader è Marco Rizzo. “Non è l’ennesimo partito ma una sorta di lobby morale”, dice Rizzo. Nello stemma c’è la falce e il martello. La differenza con gli altri? “Loro vivono di politica, noi facciamo politica”, dice Rizzo. Il fine? C’era da giurarlo: "Costruire un grande movimento anticapitalista e comunista". Tutti quelli che si scindono lo fanno per costruire una grande partito comunista. E nel frattempo? L’attività più esaltante è quella di parlare male degli altri, quelli con i quali vuoi formare il grande movimento anticapitalista e comunista. Dice Rizzo, tanto per portare serenità nell’ambiente: "La sinistra di oggi è antipatica, poltroniera, radical chic e inconcludente".
Ma lui, Marco Rizzo, è simpatico? Io l’ho intervistato nel maggio del 2004. I vecchi amici lo chiamavano Yul, a causa della sua testa pelata come Yul Brinner. Ma molti altri, mutuando la definizione da Maria Laura Rodotà, lo chiamavano Lothar, come Velardi, Rondolino, Minniti, La Torre, tutti di sinistra, allora, e tutti con la crapa pelada come l’eroe dei fumentti Lothar. Marco Rizzo, che oggi ha 49 anni, rivendica la primogenitura. "Mi sono rasato a zero 22 anni fa al campeggio". Gli chiesi: "Ma non era un look da fascista?" "Un po’. Una volta dei compagni che non mi conoscevano, a una manifestazione, mi volevano picchiare. Erano gli anni Settanta. Io ero del Movimento studentesco torinese".
Il soprannome più interessante però era quello che gli aveva dato Fassino. "Mascalzone". Rizzo gli aveva aizzato contro i disobbedienti che lo avevano aggredito in un corteo pacifista. Si difende Rizzo: "Avevo solo criticato il fatto che fosse andato a una manifestazione al Campidoglio insieme a Bondi". Fatto sta che perfino Nerio Nesi, uno del suo partito, si era dissociato e dimesso a causa della prodezza di Rizzo. Il quale mi disse: "Nerio è un amico. Ma in questa storia ha proprio sbagliato tutto". Continuammo a parlare di Fassino. "L’incidente se lo è cercato", disse Rizzo come primo piatto. E come pietanza: "Fassino quando gli servi ti saluta con affetto. Quando non gli servi fa finta di non vederti".
Gli chiesi: "Fassino è antipatico?" L’antipatia allora non era considerata un parametro sul quale costruire un giudizio sui politici, come oggi. Lui disse: "Mai antipatico come Bertinotti. Per Bertinotti provo un’antipatia totale, politica ed umana. Fassino, poveraccio, non merita…" Poveraccio? "Dire poveraccio lo fa incazzare di più?". Penso proprio di sì. "Non ho astio verso Fassino. Con il fisico che ha, non mi procura rabbia".
Rizzo è sempre stato uno un po’ litigioso. Se non si arrabbia lui fa arrabbiare gli altri. Anche per il fatto che non ha il dono della diplomazia. E per il fatto che odia luoghi comuni e posizioni convenzionali. Anche quando era iscritto al Pci. "Sempre in contrasto con la linea ortodossa", mi ricordò. E cominciò a parlarmi male degli altri leader della sinistra. Bertinotti? “Non ama gli operai. Bertinotti è estremista e subalterno allo stesso tempo. Non vede l’ora di rompere qualsiasi trattativa. Ma se io andassi in guerra non vorrei mai un generale come lui. È uno che scappa". Non puoi negare la sua passione politica… "Bertinotti ha una passione assolutamente autocentrata e narcisa. È l’esatto contrario di quello che appare". Sei invidioso perché è sempre in tv? "Soprattutto in quella di Berlusconi", disse malignamente.
Poi tornammo a parlare della calvizie. È vero che i calvi piacciono alle donne? "Dipende dalla testa. Se ce l’hai bislunga no. Io ce l’ho regolare". Voi Lothar sembrate tutti uguali. "Uguali? Minniti è piccolo e mingherlino. Rondolino è flaccido. Velardi è cicciotto. E anche un po’ tracagnotto, non ha collo, ha la testa incassata sul tronco. L’unico decente è La Torre". Ti piacciono? "Di Velardi ho una pessima opinione. Ieri stava nello staff del primo presidente del Consiglio post comunista ed oggi organizzare le campagne per candidati di destra". Voltagabbana? "Voltagabbana". Ed ecco sistemati una mezza dozzina di "compagni che sbagliano".
Ma non ci siamo fermati qui. Gli ho chiesto: "Tu sei vanitoso?" Risposta: "No. Sono caparbio, determinato, anche un po’ figlio di puttana". Le gente dice che sei un piacione alla Rutelli. "Non voglio essere paragonato a Rutelli. Io mi vedo in canottiera con belle macchie di sugo davanti". Sei più bello tu o Bertinotti? "Io. Più bello dentro di sicuro". E fuori? "Bellezze diverse".
Tornammo a parlare di politica. Della crisi del comunismo. Che senso ha definirsi comunisti oggi? Rizzo rispose con pacatezza. Disse che le proposte che ormai fanno i comunisti sono cose di buon senso. Potrebbero farle tranquillamente un socialdemocratico. "Non chiediamo mica i soviet". Ma allora, chiesi, se non chiedete i soviet, perché siete comunisti? "Perché vorremmo, per i figli dei nostri figli, una società dove il denaro non sia l’unico elemento che informa i rapporti individuali e sociali". Il comunismo ha perso, infierii io. “L’uomo è egoista e ha sconfitto il comunismo. Ma un elemento regolatore ci vuole. Negli anni Ottanta negli Stati Uniti un top manager guadagnava 30 mila volte di più del salario minimo. Adesso guadagna 600 mila volte di più". Mi sembrò un calcolo un po’ a vanvera, ma andai avanti. Salari uguali per tutti? "No. Ma se tu sei il più bravo giornalista d’Italia e io lo spazzino più sfigato, accontentati di guadagnare dieci volte più di me, non seicentomila volte più di me". Volli fare il maestrino. "Un comunista vero dovrebbe dire: a ognuno secondo i bisogni". Lui fu pronto. "Anche Marx, oggi, aggiornerebbe le sue idee".
Anche allora, a sinistra, c’era polverizzazione. Anche allora io non riuscivo a capire quali fossero le differenze ideologiche fra i vari partitini, anche se i "comunisti italiani" erano al governo e Rifondazione Comunista era all’opposizione. "Noi portiamo un fardello più pesante. Cerchiamo di fare avanzare anche di poco la condizione reale di quelli che vogliamo difendere. Il rifondarolo non si sporca le mani. Preferisce l’opposizione. E’ più semplice. Più divertente". Finimmo con Diliberto. Allora andavano d’accordo. Mi disse: "Siamo complementari. Lui affascina gli intellettuali, è colto, pacato. Io sono passionale, figlio di operai. C’è un patto tra di noi, lui fa il numero uno e io sto dietro di lui. Non tanto dietro, ma dietro". Prima o poi entrerete in conflitto, commentai dall’alto della mia preveggenza. "No. Io non voglio fare il numero venti. Ma il due lo faccio serenamente. Mi basta stare nella torre di comando".
26 ottobre 2009