Silvia Deaglio, figlia del ministro al Welfare, Elsa Fornero, è scesa in campo dopo due giorni di polemiche sul suo doppio lavoro. In una intervista rilasciata al
Corriere della Sera, ha orgogliosamente difeso la propria storia personale. “Le mie pubblicazioni sono accessibili, il mio curriculum idem. Dopodiché io non devo giustificarmi di fronte al mondo» ha dichiarato.
Il curriculum della baby Fornero è effettivamente molto brillante. A soli 24 anni è già laureata in medicina, nel 2002 si specializza in oncologia, nel 2005, mentre svolge il dottorato di ricerca in Italia in genetica umana, ottiene un incarico presso il prestigioso Beth Israel Deaconess Medical Center di Harvard, infine nel 2006 termina il dottorato. Dopo gli studi diventa rapidamente professore associato di genetica medica alla facoltà di Medicina dell'Università di Torino e responsabile della ricerca alla fondazione Hugef.
Le proteste e l’ironia del web, come possono confermare i numerosi
commenti dei lettori di Tiscali Notizie, raramente hanno avuto come obiettivo Silvia. Nessuno o quasi ha messo in dubbio le sue capacità o ha affermato che la sua vicenda è “illegale” o “irregolare”. La protesta si è accanita contro la madre, Elsa Fornero, e contro le sue esternazioni sul posto fisso, definito “una illusione”.
I motivi della polemica sono facili da capire. Il ministro al Welfare chiede ai giovani di accettare come normale il lavoro a tempo determinato ma allo stesso tempo ha una figlia che giovanissima conquista il posto fisso nel super tutelato e privilegiato mondo accademico. Oggettivamente non è una situazione “simpatica”. Come giustamente ha scritto il nostro opinionista
Massimo Ragnedda “il pulpito dal quale vengono le prediche è importante per capire se quelle prediche hanno un senso o meno”.
Nell’intervista concessa al
Corriere della Sera, Silvia Deaglio preferisce non affrontare il problema della precarietà del lavoro in Italia. Alla domanda se “il posto fisso fosse per lei una illusione” risponde ancora una volta appellandosi alla valenza del suo curriculum.
Sarebbe bello vivere in un posto in cui la storia personale di Silvia fosse la norma e non l’eccezione. Un posto in cui avere un brillante curriculum fosse condizione, non solo necessaria ma anche sufficiente, per conquistare un posto di lavoro stabile e ben retribuito. Questo posto purtroppo non è l’Italia per il semplice motivo che la meritocrazia è ormai da molto tempo che latita nella nostra società.