Nell'immagine Nando Pagnoncelli, presidente dell'Ipsos
Nell'immagine Nando Pagnoncelli, presidente dell'Ipsos 

Politica

Regionali, Pagnoncelli: "L'astensione è in agguato. Inutile lo stop ai talk show, non spostano voti"

di Antonella Loi
In Italia si prefigura un effetto Francia? Astensione massiccia e spostamento dei voti verso la sinistra e l'estrema destra "sono condizioni che non necessariamente si verificheranno anche in Italia e per un motivo preciso". Nando Pagnoncelli, già Abacus e oggi direttore dell'Ipsos - società francese di ricerche statistiche - raggiunto al telefono da Tiscali Notizie, spiega perché in Italia non ci sarà un altro Le Pen. "Dopo la crisi economica - dice -, come ci si sarebbe aspettato, non c’è stata una conseguente crescita dei partiti di sinistra. Piuttosto un aumento dei consensi verso i due partiti alleati dei grandi, Lega da una parte e Idv dall'altra. Partiti che in qualche modo - aggiunge - hanno aumentato il loro gradimento, resta da vedere se la tendenza verrà confermata".
Francia e Italia saranno accomunate anche dall'astensione?
"Credo che si possa verificare un fenomeno di astensione, ci sono degli indicatori in questo senso. In Italia la crisi dell’economia è rilevante, come in Francia, e questo influisce sull'opinione politica dei cittadini. Ma l'attenzione negli ultimi tempi si è spostata molto sulle vicende che hanno coinvolto il premier, i contrasti con la magistratura, gli scandali, leggi come il Lodo Alfano, la cancellazione dei talk show, il problema delle liste escluse in Lombardia e nel Lazio. Ma non è tutto".
Dica.
"Le inchieste che hanno fatto emergere diffusi episodi di corruzione, da una parte e dall’altra. Ecco, questi fatti che purtroppo caratterizzano l’Italia hanno disorientato gli elettori. Non è esclusa quindi una manifestazione di disaffezione verso la politica".
Pagnoncelli, lei ha scritto un libro che si intitola Le opinioni degli italiani non sono un'opinione (La Scuola editrice, 2009): come si forma l'opinioni degli italiani?
"L’opinione si forma attraverso canali diversi. La televisione, in primo luogo, uno spazio importante ma non esclusivo. Diciamo che in questa epoca c’è un’offerta dilatata di informazioni che va di pari passo con i problemi degli italiani. Mi spiego: negli ultimi tempi si è assistito all’aumento dell’offerta informativa, da un telegiornale al giorno si è passati a un'edizione all'ora e fino alle tv all news, ma si pensi anche a Internet e all’informazione di flusso che genera o anche alla free press, che raggiunge categorie di persone che altrimenti sarebbero state escluse da un determinato tipo di informazioni. In questo contesto molto ampio chi soffre sono i quotidiani tradizionali e i periodici che vedono una graduale diminuzione delle copie vendute".
Tanti mezzi a disposizione che fanno degli italiani cittadini informati?
"Qui si ha un paradosso, perché i cittadini sono più informati ma meno consapevoli. La ragione è che le informazioni sono basate sull’evocazione di immagini e sulla velocità e brevità dell’esposizione della notizia che non favorisce la formazione completa di un’opinione. In questo contesto l’effetto è che fanno presa le notizie ad effetto che alimentano paure e fobie nelle persone".
Per esempio?
"Caso emblematico è quello degli immigrati. La maggioranza delle persone è convinta che gli immigrati arrivino in Italia attraverso gli sbarchi nelle coste quando così non è perché la stragrande maggioranza di loro arriva via terra. E parimenti si può dire che la paura non va di pari passo con i reati, per esempio quelli compiuti dagli extracomunitari, ma va ben oltre".
Questo vale anche per Internet, molto usato soprattutto dai giovani?
"L’informazione attraverso internet avviene a due livelli, il primo è quello più superficiale per il quale ci si può collegare ad ogni ora, accedere alle informazioni attraverso siti specializzati o social network, si possono commentare o approfondire le notizie. Però c’è il secondo livello, la superficialità dell'uso del mezzo che dicevo prima, e che porta ad una scarsa consapevolezza. E poi non dimentichiamo che la circolazione delle informazioni avviene anche attraverso il passaparola che contribuisce notevolmente a formare l’opinione".
Intanto la Rai ha cancellato i programmi di approfondimento come Annozero, Ballarò e Porta a Porta nel mese precedente la campagna elettorale. Programmi che evidentemente, vista la potenza del mezzo tv, possono in qualche modo influenzare l’opinione pubblica e quindi spostare voti?
"Troppo peso si dà, secondo me, all’effetto-talk show: queste trasmissioni non modificano le opinioni dei cittadini che le guardano, non producono l’effetto di convincere, ma semmai vengono usate dai politici che vi partecipano per rafforzare il proprio elettorato, per dare cioè più motivazione ai propri elettori, qualora fossero in dubbio su uno o più aspetti. La rissa verbale che, avrà notato, caratterizzano questi programmi, è diretta ai propri elettori e serve per rafforzare e mobilitare chi vota per quel politico o quella parte politica. Piuttosto credo che la chiusura dei talk show sia più una questione da affrontare a livello di libertà di espressione che di possibilità di spostamento di voti. Anche se dalle ricerche risulta che c’è un’aspettativa in tal senso".
Secondo dati diffusi dalla Banca mondiale, l’80% degli italiani si informa esclusivamente attraverso la tv. Un mezzo amato e odiato anche da chi grazie all’uso sapiente del mezzo televisivo ha fatto la sua fortuna, il premier Berlusconi. Che infatti rifiuta il confronto pre-elettorale con il capo del Pd, Bersani. A torto o a ragione?
"Rispondo dicendo che in molti Paesi del mondo, si pensi alla Francia o agli Stati Uniti, il faccia a faccia rappresenta un momento molto importante della campagna elettorale, durante il quale vengono affrontati temi fondanti per i cittadini, temi sociali, di politica estera e via dicendo. In Italia è indubbio che sarebbe di grande interesse per gli elettori, ma se non viene fatto è meno dannoso che in Francia perché non è un‘abitudine italiana. Infatti abbiamo pochi esempi, si pensi al confronto Prodi-Berlusconi del 2006. Penso che ci sia un’aspettativa elevata da parte dei cittadini ma senza conseguenze. E poi c’è un altro fattore".
Quale?
"I confronti tv vanno spesso a vantaggio dell’opposizione, chi sta al governo rischia di più. Possiamo dire che ci potrebbe essere una rendita di opposizione".
Negli ultimi mesi abbiamo assistito, come da buona campagna elettorale, alla guerra dei sondaggi che molto spesso vengono usati per misurare il gradimento delle forze politiche?
"Secondo la mia esperienza i sondaggi influiscono poco sulle scelte dell’elettorato. Ma in generale però possiamo dire che favoriscono i candidati vincenti. Possono influire però anche nella prospettiva di un possibile recupero, producono l’effetto dell' 'andiamo in soccorso del perdente'. L’esempio è quello di Berlusconi che nelle scorse politiche, dato in svantaggio, si presentò con un sondaggio realizzato da una società statunitense che lo dava in rimonta. Poi andò veramente così. Il sondaggio quindi può segnare una tendenza e può influire a mio parere nella costruzione dell'opinione pubblica".
Spessissimo però i sondaggi vengono clamorosamente smentiti. E nelle ultime tornate elettorali abbiamo anche assistito a contraddizioni tra exit poll, proiezioni e risultati: che affidabilità hanno questi strumenti di rilevamento statistico?
"Le proiezioni direi che sono affidabili perché si basano sulle rilevazioni dello spoglio reale di alcune sezioni. Sono quindi profondamente diverse dai sondaggi. Gli exit poll poi sono meno affidabili delle proiezioni perché si basano su interviste all’uscita dei seggi perché ci sono tassi di rifiuto elevati. E chi si rifiuta di solito sono donne, anziani, con un basso tasso di istruzione e così via. E poi c'è il fattore “menzogna”: non sempre la gente dice la verità su quello che ha votato oppure ha difficoltà a ricordare il voto dato in precedenza, necessario per una corretta applicazione della tecnica statistica di correzione".
23 marzo 2010
 
 
 
 
  
 

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