Il decretro legge "interpretativo" sulle liste del Pdl escluse alle elezioni regionali, emanato dal governo e promulgato da Napolitano, solleva un polverone. Mentre la regione Lazio presenta un ricorso davanti alla Corte costituzionale per conflitto di attribuzione e il Tar è pronto a dire la sua sulla riammissione alla corsa elettorale della lista provinciale collegata a Renata Polverini, chiediamo al professor Michele Ainis, costituzionalista e docente universitario, oltreché editorialista della Stampa, una lettura tecnica della cronaca degli ultimi giorni.
Professore, la Regione Lazio prova a fermare il decreto del governo perché si dice unica competente in materia di legge elettorale regionale. E' così?
"Non so bene in che termini la regione abbia posto il ricorso, ma secondo me questo decreto si espone a dubbi di incostituzionalità sotto diversi profili. Innanzitutto la regione può lamentare la lesione delle proprie competenze in materia elettorale. E poi le varie questioni sul piano della costituzionalità del decreto legge: oggi, per esempio, il Tar potrebbe sollevare una questione di legittimità costituzionale sotto il profilo dell'uso della categoria dell'interpretazione autentica. Attenzione, un uso fraudolento".
Perché dice "fraudolento"?
"Perché si può ricorrere a leggi di interpretazione autentica quando il legislatore precisa esso stesso il significato di una legge già in vigore, quando esistano dei dubbi oggettivi circa il significato di una legge. Se i dubbi sono oggettivi, questo deve essere documentabile perché esistono dei contrasti giurisprudenziali, tra tribunali per intenderci, o perché esistono delle prassi amministrative discordanti circa l'applicazione della legge medesima. Se tutto questo non c'è e se per giunta la legge interpretativa crea una situazione del tutto nuova, come mi pare sia avvenuto in questo caso, allora è una legge falsamente interpretativa che viene qualificata così soltanto per assicurarle degli effetti retroattivi".
Quindi la Corte costituzionale casserà questo decreto?
"In genere in questi casi la Corte costituzionale dice no perché è un inganno per il cittadino e viene meno il principio di affidamento del cittadino verso la correttezza e la lealtà da parte degli organi pubblici. Ma ci sono anche altri vizi che riguardano la parità di trattamento fra i presentatori delle liste elettorali, perché questo decreto sana alcune situazioni e ne lascia marcire altre. E poi in sé è molto dubbia la possibilità di emettere decreti in materia elettorale, lo vieta l'articolo 15 della legge 400 del 1988 una legge che dà sfogo a dei principi costituzionali".
Però Napolitano ha firmato il decreto e ha detto che "non ha presentato a mio avviso evidenti vizi di incostituzionalità".
"Non so quali parole abbia usato Napolitano. Comunque la mia impressione è che tra i frutti avvelenati di questa vicenda ci sia un equivoco relativamente alla misura dei poteri presidenziali e al ruolo del capo dello Stato. Il presidnete della Repubblica è un garante dell'ordinamento, ma i suoi poteri non viaggiano solo sul metro della legittimità costituzionale ma, piuttosto, sul metro dell'opportunità costituzionale. E' una cosa diversa naturalmente e anche più sfuggente".
Ci spieghi meglio.
"Se ci fosse nel Capo dello Stato una specie di Corte costituzionale di primo grado e poi una Corte costituzionale d'appello con sede alla Consulta, il presidente si troverebbe ad essere smentito da qualunque pretore di provincia o tribunale e questo offenderebbe la funzione del Capo dello Stato. Invece il terreno dell'opportunità costituzionale è un terreno che si presta a interpretazioni molto più ampiamente discrezionali: Napolitano poteva firmare o non firmare ma ha deciso di firmare perché si è fatto carico, sul terreno dell'opportunità, dell'esigenza di non lasciare senza rappresentanza una parte importante dell'elettorato".
E con il rispetto delle forme stabilite dalla legge come la mettiamo?
"Anche questa esigenza di cui, attenzione, è intessuto lo Stato di diritto è un'esigenza fondamentale e sacrosanta. Ma insomma il presidente ha scelto questo. Scelta legittima perché i suoi poteri si esercitano su questo terreno".
L'ex presidente della Repubblica, Scalfaro, suggeriva invece di ritardare di un mese le elezioni.
"Questa qui è tutta una vicenda di mali minori. Perché anche la scelta di rimandare le elezioni è un vulnus. Sono cose che accadono in paesi di apprendisti nella democrazia. In questo caso ci sarebbe stato il problema di chi è già in campagna elettorale. Al momento di ripresentare le liste, sarebbe stato addirittura possibile cambiare candidato. Forse sarebbe stato un male minore rispetto al decreto legge, ma comunque è una vicenda cominciata con un pasticcio che continua per la stessa strada".
L'opposizione punta il dito contro la maggioranza accusandola di aggiungere illegalità a illegalità, è così?
"Se questo decreto legge è incostituzionale come a me sembra, se le firme depositate all'origine erano viziate perché mancavano firme o perché ce n'erano di fasulle - cosa peraltro accaduta tante volte - o perché non è stata rispettata la data di scadenza, e non dimentichiamo che le scadenze sono importanti, si pensi ad una multa o un concorso, allora sì siamo passati da un'illegalità all'altra".
L'Idv invece se la prende con Napolitano, ipotizzando addirittura "l'impeachment" del Capo dello Stato.
"Come ho già detto Napolitano è il custode della opportunità più che della legittimità costituzionale. Quando la illegittimità è così vistosa chiaramente diventa una 'somma inopportunità'. Però l'impeachment non sta né in cielo né in terra. I reati presidenziali nel nostro ordinamento giuridico sono l'attentato alla Costituzione e l'alto tradimento: non mi sembra che il presidente sia al servizio di uno Stato straniero o abbia tentato un golpe in questo caso".
08 marzo 2010