Gli immigrati respinti all'arrivo al porto di Tripoli (Foto tratta dal sito del Cir)
Mentre il Parlamento pronuncia i suoi primi sì sul "Ddl sicurezza" blindato dalla fiducia, che introduce in Italia il reato di "clandestinità", l'Onu e il Consiglio d'Europa, oltre a varie Ong e associazioni, si scagliano contro il governo per il "
respingimento" verso la Libia di centinaia di migranti. Quella che per le organizzazioni internazionali è una "violazione delle più elementari norme di umanità e sul diritto d'asilo" per il ministro dell’Interno, Roberto Maroni, è "una grande vittoria". Davanti alle proteste e agli appelli il muro dell’asse Pdl-Lega non sembra intenzionato a cedere. “Ma non si violano solo le norme internazionali”, tuona
Christopher Hein, direttore del
Consiglio italiano per i rifugiati, “c’è anche una palese violazione delle leggi italiane, compresa la Bossi-Fini”.
Hein, ce lo spieghi meglio.
“Il 'respingimento' viola la legge italiana perché il soccorso fatto da navi italiane in acque internazionali è fatto nel territorio italiano perché sulle nostre navi vige la giurisdizione italiana. E per le nostre norme - e non dimentichiamo che anche le norme internazionali recepite e quelle europee lo sono - bisogna prima di tutto individuare le persone, quindi verificarne l’identità e dare loro l’effettiva possibilità di fare richiesta d’asilo. E’ vietato inoltre respingere donne in stato di gravidanza, minori e persone che hanno bisogno di cure mediche (art. 19 T.U. sull’immigrazione). Quindi senza un’individuazione di queste situazioni, e lo dice la stessa Bossi-Fini, non si può procedere alle espulsioni, senza dimenticare che bisogna notificare alla persona l'espuilsione con atto motivato: niente di tutto questo è stato fatto. Le persone sui barconi al largo della Sicilia sono state prese e portate in Libia in blocco, senza sapere chi fossero e che nazionalità avessero”.
L’Alto commissariato per i rifugiati dell’Onu denuncia la violazione della Convenzione di Ginevra a cui l’Italia ha aderito.
“Esatto. La Convenzione prevede per i rifugiati il divieto assoluto di respingere persone verso un territorio dove possano correre dei rischi per la loro libertà, per l’incolumità fisica, a causa di persecuzioni o dove vi sia il rischio concreto che vengano rispediti nei loro paesi d’origine. Affidarsi alla Libia è altamente rischioso: la Libia non ha ratificato la Convenzione e quindi non c’è un sistema di protezione per i rifugiati, non c’è la possibilità di appellarsi alle autorità libiche per i richiedenti asilo. Il rischio che da qui vengano rispediti in Somalia, in Eritrea, Sudan, Nigeria e così via è quindi concreto. Da molti punti di vista quella del governo è un’azione fuori della legalità, bisogna dirlo con molta chiarezza: si violano le leggi in vigore. Non è possibile che per un accordo o buoni rapporti con la Libia, per propaganda elettorale o, magari, perché spaventa l’aumento del numero di richieste d’asilo che c’è stato l’anno scorso, si possa semplicemente mettere da parte la legge”.
Le notizie sugli immigrati che arrivano dalla Libia parlano di centri di accoglienza-lager, di torture, violenze sulle donne. E addirittura alcuni rapporti di organizzazioni internazioni e inchieste giornalistiche rivelano che migliaia di persone negli ultimi anni sono state caricate sui camion militari e abbandonate alle frontiere, in mezzo al deserto, condannate a morire d’inedia. Voi operate anche in Libia: avete notizia di trattamenti di questo genere?
“Quello che è stato riportato dalla stampa in questi giorni sugli abusi e sulle violenze non lo posso testimoniare direttamente, vista la nostra recentissima presenza in Libia. Però abbiamo ricevuto anche noi dei racconti da parte di rifugiati che dalla Libia sono arrivati in Italia e che confermano trattamenti disumani, in particolare nella parte meridionale del Paese magrebino. In quanto a persone abbandonate nel deserto spero che sia una pratica accantonata ma non posso metterci la mano sul fuoco perché, ripeto, la Libia non ha un regime d’asilo e l’orientamento è quello di rimpatriare le persone nel loro paese d’origine. Il rimpatrio non è semplice perché presuppone accordi con i consolati dei Paesi di provenienza di queste persone. Per intenderci i consolati interessati devono rilasciare un documento col quale riconoscono la persona che può quindi essere rimpatriata, ma questo avviene raramente: ecco perché, secondo quanto sembra, le persone vengono poi abbandonate nel deserto. Il rischio è reale”.
Il Cir ha potuto visitare i centri di accoglienza libici?
“Noi come Cir abbiamo appena cominciato un progetto cofinanziato dalla comunità europea in Libia a fianco all’Alto commissariato Onu per i rifugiati di Tripoli e abbiamo come partner un’organizzazione umanitaria libica e un’organizzazione intergovernativa sull’immigrazione che ha sede a Vienna. Un progetto di ampio respiro che mira a migliorare la situazione dei migranti, ma è appena cominciato, quindi non abbiamo ancora avuto modo di verificare per bene quanto accade e non abbiamo ancora potuto visitare molti centri. Ma fra quelli che ho potuto vedere io personalmente, devo dire che ce ne sono di buoni e altri in condizioni veramente molto preoccupanti anche a causa del sovraffollamento con condizioni di vita difficili”.
Il premier Berlusconi ha detto di essere sicuro che sui barconi “non ci sono persone col diritto all’asilo ma solo persone reclutate dalla criminalità organizzata”. E’ così?
“Queste affermazioni sono smentite dalle stesse statistiche del governo. Le statistiche del 2008 dicono che i migranti arrivati nelle coste siciliane e della Sardegna sono 37mila per la stragrande maggioranza proveniente dalla Libia via mare. Di questi 37mila, 23mila hanno fatto richiesta di asilo, quindi più del 70 per cento, e più del 50 per cento di questi ha ottenuto lo status di rifugiato. Quindi è assolutamente fuorviante che non ci siano delle persone col diritto all’asilo: ad un terzo di quelli che arrivano viene riconosciuto il diritto di rifugiato politico. Nei mesi da gennaio ad aprile di quest’anno, sempre secondo i dati a disposizione del governo, il numero di quelli che hanno fatto la richiesta d’asilo è addirittura aumentato. I dati ci dicono che molti di quelli che sono stati respinti sono persone che hanno diritto allo status di rifugiato”.
A parte i respingimenti, in Italia il diritto d’asilo viene garantito adeguatamente?
“Tutto sommato la risposta è sì. Devo dire che abbiamo un sistema di protezione che rispecchia tutto sommato gli obblighi internazionali. Ci sono certamente grosse lacune, soprattutto nel versante dell’accoglienza dove i posti disponibili sono insufficienti e non in tutti i centri per i rifugiati ci sono i servizi necessari per preparare il percorso di integrazione per chi può rimanere in Italia. E c’è una grande lacuna per quanto riguarda l’integrazione, l’abbiamo visto in questi giorni a Milano e in altre località, forti proteste da parte dei rifugiati presenti in Italia che non trovano casa, che non trovano lavoro e che non hanno avuto la possibilità prima di imparare bene la lingua italiana poi di frequentare dei corsi professionali, di avere l’orientamento e di sapere come muoversi nel sistema Italia. Bisogna intervenire e investire affinché i rifugiati diventino cittadini a tutti gli effetti e contribuiscano anche alla ricchezza del paese. Su questo c’è ancora molto da fare”.
Il Parlamento proprio in questi giorni sta votando la fiducia al “Ddl sicurezza” che riguarda ampiamente gli immigrati: come giudicate questo testo?
“Questo testo contiene norme non solo sugli immigrati irregolari, ma anche su quelli con regolare permesso di soggiorno e questo ci preoccupa assai: non ha niente a che vedere con la premessa del governo che questo decreto dovrebbe aumentare la sicurezza. Mi riferisco in primis alle restrizioni per ottenere la cittadinanza italiana, anche per chi si sposa con cittadina o cittadino prevedendo tempi più lunghi e in generale ostacoli all’ottenimento della cittadinanza. Vorrei ricordare che già adesso nel contesto europeo siamo tra gli ultimi in Europa per numero di persone che ottengono la cittadinanza. Secondo punto dolente, il ricongiungimento famigliare e alla accresciuta difficoltà per l’immigrato regolare di ricongiungersi con il coniuge e i figli minori non sposati. Terzo: ulteriori difficoltà per il rilascio del permesso di soggiorno, e quarto punto l’introduzione di un patto per l’integrazione che deve essere sottoscritto dall’immigrato prima del rilascio e del rinnovo del permesso di soggiorno: una norma che rende impossibile il lavoro presso le questure. Già adesso nelle questure romane ci vogliono almeno 8 mesi per un permesso di soggiorno, immaginiamoci le difficoltà di questa nuova incombenza. Assolutamente inattuabile”.
E poi c’è l’introduzione del reato di immigrazione clandestina.
“Esatto: l’ingresso e il soggiorno irregolari diventano reato. Conosciamo persone che sono in Italia da 20 anni che avevano un regolare permesso di soggiorno e che non l’hanno potuto rinnovare perché magari hanno perso il lavoro. Ma questi mandano i figli a scuola, sono integrati. Bene da un giorno all’altro costoro diventeranno delinquenti solo perché in questo momento non hanno permesso di soggiorno. E’ una cosa assurda”.
Per concludere direttore, il Cir cosa chiede al governo?
“Abbiamo chiesto al governo e al parlamento, prima che venisse posta la fiducia sul provvedimento, di ripensare se veramente questo decreto sicurezza aumenti o minacci la nostra sicurezza. La nostra convinzione è che spinga più persone verso la clandestinità, che vuol dire anche eventualmente verso la piccola delinquenza. E’ insomma contrario alla visione di un aumento della sicurezza per tutti, per noi come per gli immigrati. Il ripensamento purtroppo non c’è stato, sono stati fatti emendamenti importanti, come sulla denuncia da parte dei medici o l’iscrizione dei bambini a scuola, qualche effetto questa campagna nostra e di molte altre organizzazioni qualche risultato l’ha dato. Ma è l’impianto complessivo della norma che sarà votata che non va bene: il risultato è che aumenterà l’insicurezza per tutti”.
di Antonella Loi