Roma, due gay aggrediti a bottigliate perché stavano mano nella mano; l’aggressore: “Gli avevo chiesto di smettere”. Parma, affittuario sfratta un inquilino perché “avrebbe dovuto dirlo prima che era gay”.
Villacidro, Medio Campidano, pestaggio di un giovane ad opera di tre incappucciati che lo insultano per la sua omosessualità. Siniscola, Nuoro, un ragazzo gay viene picchiato e umiliato da un gruppo di uomini del paese che tentano anche di stuprarlo: “Era già successo anni fa”. Platamona, Sassari, spari e atti di vandalismo sulle auto degli omosessuali: “Qualcuno non ci vuole in questa spiaggia”. Pesaro, la madre cerca di accoltellare al ventre la figlia perché lesbica: “Avevamo litigato perché sto con una ragazza”.
Basterebbe semplicemente metterle in fila una dietro l’altra, le notizie di violenze omofobe degli ultimi dodici mesi; lo si potrebbe fare anche con le cronache che testimoniano le violenze sulle donne, e i casi all’anno diventerebbero centinaia, con un numero impressionante di omicidi; allora - se non ci fosse in corso un costante meccanismo di rimozione collettiva –forse comincerebbe a sembrare urgente mettere in discussione il modello di uomo e di mondo che abbiamo accreditato come “normale” rispetto ad ogni altra possibile declinazione di umanità.
I gay, ma appunto anche le donne, e gli stranieri di pelle, di nazionalità o di fede, sanno perfettamente quali rischi comporta provare a vivere una qualsiasi espressione di alterità nel clima di intolleranza crescente che si respira dovunque. Piacerebbe anche a me dire che chi compie violenze legate all’intolleranza dell’altro è un delinquente comune che non fa testo, ma sarebbe un atteggiamento sciocco e inutile, perché quel tipo di violenza vive di legittimazione sociale, di sorrisini ironici, di battute a sfondo omofobico, razzista, xenofobico o maschilista negli uffici, in fabbrica, a scuola, in casa e nei bar dove andiamo tutti.
Aver stigmatizzato immediatamente l’episodio di Roma fa grande onore al sindaco Alemanno, però non basta a salvare l’intera classe politica italiana dalla colpa di avere negato sempre ogni protezione istituzionale a chi subiva queste violenze, anche negando l’istituzione del reato di omofobia. Fu Mastella che durante l’ultimo governo Prodi minacciò di far cadere la maggioranza pur di non veder entrare nel codice penale una pena apposita per chi incitava all’odio verso i gay; in un momento di rabbia pare abbia affermato che piuttosto sarebbero dovuti passare sul suo corpo, come se il corpo in gioco fosse suo.
È sufficiente la semplice assenza dei diritti che valgono per tutti gli altri a legittimare i comportamenti discriminatori, ma in aggiunta ci sono anche le dichiarazioni dei politici contro i gay, dall’indimenticato “meglio fascista che frocio” di Alessandra Mussolini, alla battuta berlusconiana che dava ad intendere che “tutti i gay sono dall’altra parte”, e che non fece ridere né Dolce e Gabbana né Platinette, elettori dichiaratamente di destra.
La bottigliata di Svastichella e i comizi di un Gentilini che affermava che nella sua Treviso non c’è posto per i “culattoni” sono espressioni della stessa matrice violenta contro il diverso, e di un modello di normalità e di “naturalità”che si cerca da più parti di imporre come l’unico possibile, nella sessualità, nella famiglia e nei molti aspetti della cittadinanza. Che dietro ci sia una radice forte ce ne si accorge anche dai titoli di certa cronaca che riguarda la violenza sulle donne.
Se un uomo uccide sua moglie, in Italia non basta dire che è un dramma. Bisogna specificare che è un dramma della gelosia, per far scattare l’effetto cavalleria rusticana. Non è sufficiente aggiungere che l’ha trucidata; la frase giornalisticamente corretta sarà: Uccide la moglie con un martello, lei voleva lasciarlo, così la semplice associazione delle due frasi compie la magia sottile di trasformare un efferato assassinio nel gesto disperato di un marito “reso folle” dalle decisioni arbitrarie della compagna.
Davanti a un collegamento così, non è strano che un uomo possa sentirsi spinto ad immaginare come si sentirebbe lui se sua moglie volesse lasciarlo, per giunta per un altro, e allora il delitto potrebbe sembrare un po’ meno scellerato, spunterebbero persino attenuanti, la vittima smetterebbe di essere così vittima, anzi magari un pochino se l’è pure voluta, che un bravuomo – “una persona perbene”, diranno i vicini cadendo dalle nubi - non perde mica la testa così, senza motivo.
Perché se non ti metti a meditare separazioni, nessuno prende martelli per trucidarti; come nessuno ti riempie di botte per strada, se essendo maschio non prendi per mano il tuo fidanzato, se non cerchi di affermare una qualunque diversità. Basta stare “al proprio posto”, quello stabilito dai criteri di normalità che sono stati resi imperanti.
28 agosto 2009