I minatori di Nuraxi Figus (Ansa) I minatori di Nuraxi Figus (Ansa) 
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Carbosulcis, uno dei minatori in lotta: "Si rischia il dramma e qualcuno potrebbe fare gesti inconsulti"

di Ignazio Dessì
Almeno 40 minatori della miniera di Nuraxi Figus, in Sardegna, sono rinchiusi nelle viscere della terra, a 400 metri di profondità, per difendere la loro unica fonte di sostentamento: il posto di lavoro. Le miniere del Sulcis portano con loro il patrimonio delle lotte della classe operaia e rappresentano l’emblema di una Sardegna pronta a difendere i suoi bistrattati diritti. La chiusura della miniera di carbone sarda allora è qualcosa di più di un numero in rosso su un bilancio aziendale, ma ci sono anche tanti altri motivi che giustificano l’ostinazione dei minatori nel difendere la loro occupazione. Perché, in quel martoriato territorio, la cancellazione di una ulteriore attività significa l’esasperazione di un dramma sociale, con famiglie senza reddito e figli costretti a lasciare gli studi, come spiega in questa intervista uno dei protagonisti della protesta, Sandro Mereu, da 27 anni dipendente della Carbosulcis.
Mereu, cosa vi ha spinto a rinchiudervi nella vostra miniera. Cosa state chiedendo?
“Io sono uno dei minatori più anziani e questa è la quarta occupazione della miniera a cui partecipo. La miniera è la nostra vita e vogliamo tenerla aperta. Dicono che ciò è roba del passato, ma negli anni abbiamo anche presentato dei progetti innovativi di sfruttamento del carbone Sulcis, e ogni volta che la soluzione sembrava vicina, qualcuno ci ha messo i bastoni tra le ruote, portandoci a un nulla di fatto. Parlo dell’occupazione del ’93-94 con il progetto per la gassificazione, poi di quella del ’96 e di quella del 2004 che non ha avuto ugualmente buon fine. Noi chiediamo solo di mantenere quegli impegni”.
Lei parla di qualcuno che mette i bastoni tra le ruote al progetto integrato, ma chi sono i vostri nemici?
“Prima di tutto l’Enel, che ogni volta riesce a mettere i piedi sopra le nostre speranze di utilizzo efficiente del carbone. Con Soru presidente della Regione abbiamo ottenuto la prospettiva di un progetto innovativo per il territorio, per la nostra Regione e per l’Italia: il progetto integrato con cattura e stoccaggio della CO2 in sottosuolo. In pratica si è parlato della costruzione di una centrale a bocca di miniera con lo sfruttamento del carbone in modo pulito e a basso costo. In ogni caso di un progetto sostenibile che consentiva di mantenere i posti di lavoro. Poi il tempo e le giunte sono passate e anche stavolta abbiamo la sensazione che non si vogliano prendere decisioni, perché stanno sempre rimandando la soluzione del problema. I politici non vogliono prendere decisioni e abbiamo scoperto di avere di nuovo contro i nemici di tanti anni fa”.
Così avete deciso di occupare la miniera.
“Sì. Il 31 di dicembre c’è una riunione a Roma in cui si parlerà del futuro di questo progetto ma ci siamo accorti che il governo vuole ancora tergiversare. Ed allora noi minatori, d’accordo con la Rsu, abbiamo deciso di occupare ancora una volta la miniera”.
In tutto questo perché date delle colpe anche alla regione?
“La Regione ha la colpa di aver ritardato moltissimo la realizzazione del progetto. A forza di tergiversare, a forza di proroghe (sono già due), siamo arrivati ad esaurire i tempi ed ora non si può più aspettare. Del resto le casse della regione sono vuote e non credo ci siano soldi per la Carbosulcis”.
Quindi le vostre attese si spostano sul governo?
“Chiediamo al governo, ai politici, di prendere finalmente una decisione su questo progetto”.
Però dicono siate in perdita, che la vostra attività mineraria sia fuori mercato.
“E’ vero, ma tutte le miniere di carbone al mondo ormai sono in perdita e vanno avanti con gli aiuti di stato. Noi siamo consapevoli del fatto che il carbone da solo non può reggere, e sono indispensabili progetti innovativi come quello che stiamo chiedendo di finanziare. C’è un decreto del ’94 dell’allora governo Berlusconi che dava la possibilità alla Carbosulcis di utilizzare gli aiuti di stato per quanto riguarda le perdite sull’energia (Cp6) e sulle fonti rinnovabili. Tanto che ultimamente l’Enel per costruire l’eolico riceve dal governo, che si finanzia attraverso le bollette degli italiani, 13 miliardi all’anno. Il nostro progetto costerebbe appena 200 milioni all’anno. Allora mi chiedo: è possibile che in quei 13 miliardi non ci siano 200 milioni per noi, per 500 posti di lavoro? Altrimenti sono autorizzato a pensare che esistono dei discorsi di lobby”.
Il progetto per la cattura e stoccaggio della anidride carbonica (CCS) quindi darebbe luogo a benefici occupazionali con un – tutto sommato – piccolo intervento del pubblico?
“ Questo è un progetto innovativo di livello tecnologico mondiale e darebbe alla Sardegna garanzie di occupazione. Noi abbiamo calcolato che ci sarebbero prospettive non solo per i minatori ma per un altro migliaio di persone in questo territorio. Del resto l’eolico che ha realizzato l’Enel a Portovesme non ha portato nessuna occupazione rilevante ed è costato 50 volte di più del nostro progetto. E allora i politici cosa stanno pensando?”
Con l’Alcoa, l’Eurallumina e la Ila, le grosse realtà industriali del Sulcis, a un passo dalla chiusura (come la Carbosulcis) cosa sarà di quel territorio?
“Io ho solo questo reddito, mia moglie non lavora, fa la casalinga, ed ho una figlia che studia all’università. Perdere questo lavoro per me è da disperazione. Mi mancano ancora più di tre anni alla pensione e quindi avrò la rata di pensione rovinata. Poi mia figlia quasi certamente dovrà lasciare gli studi con tutto ciò che ne consegue. Tutto sommato però io ho mezzo sedere parato, perché c’è chi sta peggio. I miei colleghi più giovani, per esempio, come faranno? Ce ne sono di appena sposati , con un muto da pagare, destinati ad aggiungersi semplicemente ai tanti disperati di questo lembo di Sardegna che hanno già perso il lavoro”.
Insomma un dramma destinato ad ampliarsi.
“Un vero dramma. Quando si dice che nel Sulcis la situazione è esplosiva non si esagera. Noi in miniera abbiamo dell’esplosivo per le necessità lavorative, ed abbiamo però paura che qualche minatore possa perdere la testa e fare qualcosa di sconsiderato, visto che la situazione può diventare ingovernabile”.
Se dieci anni fa le avessero proposto un lavoro alternativo lei avrebbe accettato?
“Io avrei accettato volentieri, ma l’esperienza della chiusura di altre miniere come quelle metallifere, non seguita dalla creazione di altre attività lavorative, con i privati che si sono presi i soldi e poi se ne sono andati, mi insegna che è stato meglio tenerci la nostra miniera. Lo ripeto, il carbone può dare ancora sviluppo a questo territorio e speranza ai giovani. Sono convinto che si può salvare l’esistente e nello stesso tempo fare un ragionamento sullo sviluppo turistico, delle infrastrutture e di altre attività innovative”.
Fino a dove spingerete la vostra protesta?
“Noi andremo avanti a oltranza, fino a quando non avremo decisioni concrete a garanzia del nostro lavoro resteremo qua dentro”.
Non siete preoccupati dei rischi che correte?
“Noi abbiamo solo una paura: una occupazione è logorante e col passare del tempo molte teste potrebbero non ragionare più”.
La solidarietà della gente è importante, la sentita attorno a voi?
“In questi due giorni ne abbiamo avuta tanta, da parte della gente comune, dei sindacati e dei politici di tutti gli schieramenti. In particolare abbiamo ricevuto il sostegno della Chiesa, ed è venuto a trovarci anche il vescovo. Abbiamo anche avuto notizia che in questi giorni verrà a trovarci Monsignor Miglio, l’arcivescovo di Cagliari. Quindi sentiamo forte il sostegno della comunità e quello di tante persone che comprendono bene il nostro dramma e l’importanza della nostra lotta”.
 
28 agosto 2012
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