Un povero su una panchina di Roma (foto Ansa) Un povero su una panchina di Roma (foto Ansa) 
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"Vi racconto la storia di Guido, manager da 6 mila euro al mese che bussa alle porte della Caritas perché povero"

di Paolo Salvatore Orrù
“Vuole che commenti i dati Istat sulle nuove povertà? Non m’intriga, non è un mio compito, ma se richiama fra cinque minuti, posso raccontarle una storia vera, non è recentissima, ma è come se lo fosse: perché così vanno le cose in Italia, soprattutto oggi”. Mariagrazia Bonollo dell’ ufficio stampa della Caritas di Vicenza chiude il telefono, ma solo qualche attimo dopo richiama. E in un istante immerge la lama nel dramma: “Guido è un signore di mezza età dall'aria gentile e distinta. Ha cinquantadue anni, una laurea in economia, parla 5 lingue: da sempre lavora nel commercio estero in una grossa ditta locale dove guadagnava bene, fino a seimila euro al mese. Ha anche moglie, un figlio piccolo, una bella casa, e una rata del mutuo di quasi tremila euro”.
Il seguito del racconto è la sintesi di tante storie europee al tempo della recessione. I guai per Guido cominciano quando dalla tanto bistrattata lira l’Italia decide di passare (senza trattare il cambio) all’euro: la società per cui lavora non sopporta lo shock, chiude. Così Guido va in cassa integrazione, ma solo per il primo trimestre, durante il quale percepisce il 60% non del suo stipendio, ma del tetto massimo fissato dall’Inps. Dopo questo periodo, l’ex dirigente chiede l’assegno di disoccupazione, nel frattempo non sta con le mani in mano: cerca disperatamente un altro impiego. Dopo qualche tempo, lo trova presso una cooperativa, di cui diventa anche socio, “ma dopo soli quindici giorni di lavoro rimane di nuovo a casa”.
Guido è di nuovo disoccupato e “pur avendo trentacinque anni di contributi” rimane anche senza il sussidio di disoccupazione. I successivi dieci mesi sono un calvario: vende la macchina, il figlio si ammala gravemente, la moglie lo pianta e il giudice decide di lasciare a lei la casa che avevano acquistato insieme. Guido, pur essendo disoccupato, “deve trovare un'altra sistemazione, pagare un affitto, comperarsi tutte le cose necessarie a vivere da solo, pagare l'assegno di mantenimento del figlio”, enumerano alla Caritas. L’ex lavoratore per ovviare alle spese si rivolge alla banca dei giorni felici che, però, non gli concede alcun prestito. E, nonostante l’istituto di credito possa vantare l'ipoteca sulla sua casa, finisce sul libro dei cattivi pagatori: la sua banca non aderisce alla legge che permette di congelare i mutui a chi perde il lavoro (non c'è l'obbligo).
Chiede un colloquio al sindaco, scrive al Ministro, chiede una stanza all'ufficio per l'edilizia pubblica popolare: “torni il mese prossimo” è la risposta standard. Si rivolge a un amico che lo fa dormire, ed è già una "fortuna", in uno sgabuzzino, “con le scope intorno”. Guido finalmente trova un impiego. I datori di lavoro lo sfruttano: guadagna 800 euro al mese, per trenta ore di impegno. Il  contratto è, ovviamente, di quelli atipici: legge Biagi.  Lo trattano come una “merda”. “Ti va bene così?” Altrimenti, gli dicono: “guarda i curriculum che ho qua”. Guido non protesta: “Meno male che il lavoro c’è”. Oggi alle porte della Caritas non bussano solo i Guido, ma anche i lavoratori poveri, quelli che non ce la fanno più nemmeno con uno stipendio intero. “La crisi economica in corso, la più pesante dalla fine della seconda guerra mondiale, continua a vessare senza tregua i giovani disoccupati, ex lavoratori o, addirittura, lavoratori con un regolare contratto di lavoro”, spiega il vicedirettore vicario della Caritas nazionale Francesco Marsico.

La complessiva riduzione dei redditi ha indebolito in particolar modo le famiglie mono reddito e i nuclei familiari con un livello di istruzione molto bassa. Se sino a qualche anno fa a mettersi in fila di fronte ai cancelli delle associazioni caritatevoli erano soprattutto gli stranieri, "ora il dramma si è allargato anche alle famiglie italiane”, rileva ancora Marsico. Le regioni che stanno subendo i contraccolpi più duri sono Calabria e Sicilia, “dove le politiche pubbliche e il soccorso familiare non reggono più l’urto della crisi”. Statistiche: aridi numeri. I casi come quelli di Guido sconvolgono: raccontano la disperazione di chi sta tendendo la mano verso quel governo che ha parlato di licenziamenti prima di parlare di lavoro e di ammortizzatori sociali.
18 luglio 2012
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