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Articolo 18, il giuslavorista Andrea Bortoluzzi: "Niente licenziamenti facili ma aumenterà il contenzioso"

di Paolo Salvatore Orrù
“Il contenzioso è destinato ad aumentare: il duo Monti-Fornero avrebbe fatto meglio a preferire una ‘manutenzione’ dell’articolo 18 e il perfezionamento della macchina giudiziaria”, dice Andrea Bortoluzzi, vicepresidente dell’associazione Avvocati Giuslavoristi Italiani (Agi). L’articolo 18 della legge 300, una delle più grandi conquiste della lotta operaia degli anni settanta, sta per essere messo in soffitta, sostituito dall’articolo 14 del Ddl di riforma del mercato del lavoro (tutele del lavoratore in caso di licenziamento illegittimo). Per il premier e il ministro del Welfare si tratta di una “svolta epocale”, per molti colleghi di Bortoluzzi è più o meno un pasticcio. Che differenze ci sono dal punto di vista giuridico fra le visioni socialiste di Gino Giugni e le concezioni liberiste di Elsa Fornero? “Questa volta è stato commesso l’errore di pensare che tutte le imprese siano la Fiat, in realtà in Italia le aziende molto spesso non hanno più di 30 dipendenti”, rileva ancora Bortoluzzi.

Avvocato, che differenza c’è tra l’articolo 14 del Ddl e il vecchio articolo 18?

“Mi pare che rispetto alla discussione avvenuta nei giorni che hanno preceduto la proposta finale ci sia stato più di un ripensamento, innanzitutto per quanto riguarda i cosiddetti licenziamenti economici: di fatto il governo ha formalizzato nella normativa alcuni principi già elaborati dalla giurisprudenza e segmentato ancora di più i vari casi di licenziamento, rendendo molto più difficoltosa l’interpretazione della norma e la distinzione dei singoli casi. Aumenteranno i processi, in controtendenza rispetto all'idea di calmierare il contenzioso che questo governo e il precedente erano sembrati volersi dare: più si dettagliano le norme e più è facile che queste siano fonte di dibattito giurisprudenziale interpretativo”.
Che cosa intende affermare il legislatore quando scrive che il licenziamento è annullato "nell'ipotesi in cui" il giudice "accerti la manifesta insussistenza del fatto posto a base del licenziamento per giustifico motivo oggettivo", e il datore di lavoro e' condannato "alla reintegrazione nel posto di lavoro"?
“Il legislatore, usando termini non tecnici, renderà la vita difficile a tutti gli operatori del diritto. In questi tipi di processo le parole devono essere ben ponderate: il concetto di “manifesta insussistenza” lascia un ampio spazio di discrezionalità al giudice, ed è questa ragione per cui ci sarà un aumento del contenzioso”.

Come sarà e in che cosa differirà il nuovo processo del lavoro dal vecchio?
“E’ stata pensata una procedura d’urgenza con più gradi: ora, in teoria, cittadini, giudici e avvocati dovranno abituarsi a tempi più celeri. Le cose - però - stanno diversamente: il codice di procedura civile riformato nel 1970 per il rito del lavoro aveva previsto un processo molto celere, non avrebbe dovuto avere una durata superiore ai 60 giorni, questo consentiva di avere delle conseguenze molto più leggere anche per l’imprenditore. Prevedeva, di fatto, il risarcimento del danno dalla data di licenziamento al momento in cui il giudice disponeva il reintegro. Le distorsioni si sono avute perché il codice non è stato rispettato: in tante sedi di tribunale per avere una sentenza di primo grado ci vogliono cinque o sei anni. Il vero problema non sono quindi le norme ma l’inceppamento della macchina giustizia. Sarebbe stata – dunque – più opportuna una rivisitazione del rito di Giugni, rendendo più rigidi i termini, piuttosto che moltiplicarli”.

Ma ora le imprese potranno davvero licenziare più liberamente?
“Secondo me, se venisse confermato l’articolo 14 del Ddl, gli imprenditori non avrebbero molto interesse a licenziare: le sanzioni a carico delle aziende sono molto dure. Non ci saranno licenziamenti facili: fino a 24 mensilità di indennizzo e la facoltà del giudice di imporre il reintegro sono un laccio davvero troppo stretto”.
05 aprile 2012
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