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Crisi, Flavio Fammoni (Cgil): "Non si può chiedere ai giovani di passare da un lavoro precario all'altro"

di Paolo Salvatore Orrù
“Stop al posto fisso lo dice normalmente chi ha un posto fisso. Un grande del diritto, Federico Mancini, diceva: noi professori universitari siamo inamovibili poi spieghiamo ai nostri studenti perché non va bene avere un lavoro stabile”. Lo incipit di Fabio Fammoni, segretario nazionale della Cgil, è il condensato di quelle questioni che da qualche tempo stanno angustiando le notti di molti lavoratori. Dire che potrebbe essere necessario rinunciare a un salario sicuro è, per chi sta sentendo, o teme di dover sentire il peso della crisi, come immergere il pugnale su una ferita già purulenta. Il Governo l’ha fatto, senza “calarsi nel periodo in cui si stanno dicendo queste cose” osserva, con un certo fastidio, il sindacalista.
Fammoni, il governo ha sostanzialmente detto: le imprese devono poter licenziare per liberare risorse da impiegare nella ristrutturazione delle aziende. Non si può aspettare di fonte al caminetto che cada la manna dal cielo. Non le pare?
“Se si vuole parlare di lavoro per i giovani, il governo deve tener presente che in Italia c’è una disoccupazione formale del 31 per cento. Questo vuol dire che se si mettono dentro i sottoccupati e chi sta usufruendo della cassa integrazione il dato si avvicina al cinquanta. Chi resta in produzione, invece, è quasi sempre costretti ad arrabattarsi, facendo affidamento su un lavoro precario. Questi lavoratori (tanti), stanchi di essere lavoratori di serie B, non vedono l’ora di spezzare le catene che li costringe a un meccanismo che li fa passare da un lavoro precario alla disoccupazione e viceversa”.
Insomma, è giusto che i lavoratori, come i professori universitari, possano annoiarsi un po’?
“In un futuro molto prossimo ci sarà più mobilità. Ora però si sta dicendo ai giovani di passare da un lavoro precario a un altro. Non può essere questa la soluzione: in Italia si ha un’idea del mercato del lavoro inteso come costo. Un ragionamento che ha già procurato danni enormi al meccanismo di dequalificazione del lavoro nel nostro Paese. Si sta creando, con un gioco di parole, un meccanismo che peggiora il meccanismo: il lavoro deve essere una risorsa, altrimenti si decade in una mera logica di costo”.
Pensioni più basse, lavoratori precari sottopagati, incertezza dell’impiego. La gente prima di spendere ci pensa cento volte, così si deprime l’economia di mercato.
“Noi siamo un Paese manifatturiero che produce il 70% dei consumi interni del Paese. L’incertezza, però, blocca i consumi: le famiglie non hanno risorse da spendere, ormai resistono (chissà per quanto tempo ancora) solo i consumi primari. In questo modo si deprime ulteriormente la spesa: dobbiamo uscire in qualche modo da questo circolo vizioso, altrimenti la crisi diventerà insopportabile”.
Il Pd dovrebbe essere il punto di riferimento di una certa sinistra italiana, ma non le sembra che stia giocando solo di rimessa?
“Non entro nella discussione in corso nel PD, però posso dire questo: ho apprezzato il partito di Bersani quando ha detto che sosterrà solo gli accordi condivisi fra governo e sindacati. Il governo, dal canto suo, per la prima volta ha dovuto ammettere che è possibile giungere a un accordo, tuttavia ha anche inventato un meccanismo molto pericoloso. Ha detto ai sindacati: si può giungere a un accordo sindacale, nondimeno se quest’accordo non c’è si va avanti comunque. Inoltre ha aggiunto: discutete fra voi e poi ci vediamo. Adesso mi chiedo: se le parti sociali trovano un’intesa, il governo la farà sua o proporrà di modificare l’accordo? Dalla risposta che darà si capirà se la trattativa ha ancora gambe per andare avanti”.
In Italia si vuol discutere dei licenziamenti senza però dire quali saranno gli ammortizzatori sociali. In Europa le cose non vanno proprio così. Perché?
“In Italia si usano troppo spesso frasi fatte: quando si parla di meccanismi di uscita bisogna tenere presente che in Europa ci sono automatismi di garanzia molto rigidi. Tra l’altro, mi piacerebbe vedere una lettera della commissione europea che chiede alla Germania di ritoccare i suoi meccanismi, non ne vedo traccia. In alcuni paesi europei danno un’indennità ai lavoratori anche in caso di licenziamento legittimo. E c’è un tempo di preavviso che in Italia non c’è. Vogliamo prendere in considerazione la Germania e la Francia? In Italia l’articolo 18 si applica quando le aziende hanno almeno quindici dipendenti, da loro il limite scende a 10. In Germania questo vuol dire che sono soggette a quella legislazione l’80% delle imprese. Dal nostro punto di vista, in Italia c’è troppa possibilità di licenziare”.
Quindi?
“Quindi, bisogna disquisire prima di tutto di due cose essenziali: norme di ingresso e riduzione delle forme di precarietà. Questa è la cartina di tornasole con cui alla fine ci misureremo su chi vuole fare politica per i giovani e chi no. In secondo luogo sono necessari ammortizzatori sociali universali che riguardino tutti i lavoratori, indipendentemente dalla tipologia del loro rapporto di lavoro e indipendentemente dal settore in cui operano. Ovvio, che oggi non è così: c’è un’enorme fascia di scopertura soprattutto chi ha un rapporto di lavoro precario. Inoltre, si vuol promuovere una politica degli ammortizzatori sociali dicendo: non c’è un euro a disposizione. C’è quindi uno squilibrio fra quello che dice il governo e quello che poi è possibile fare”.
Perché non applicare regole comuni per tutti i lavoratori dell’Unione Europea?
“Qui siamo al peccato originale dell’Europa: si è unificata prevalentemente su questioni di carattere monetario. E ancora oggi, di fronte alla crisi si ragiona soltanto di politiche difensive e sull’occupazione, al massimo. Le regole sono importanti per garantire i diritti, ma con le regole non si produce occupazione. Per far occupazione occorre sviluppo, occorrono investimenti per rimettere in moto l’economia. Nel 2012 la crisi diventerà drammatica”.
 
03 febbraio 2012
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