Il maltempo sta riportando alla ribalta il rischio di una scarsità nell’approvvigionamento del gas che metterebbe il Paese in ginocchio. Le energie rinnovabili potrebbero essere la via per risolvere definitivamente questo problema? Lo abbiamo chiesto ad Antonio Cianciullo, giornalista di Repubblica, autore del libro
La Corsa della green economy (edito da
Edizioni Ambiente) e del blog Eco-Logica. Per Cianciullo le rinnovabili non possono risolvere il problema nel breve periodo ma sono comunque la strada energetica da seguire grazie al miglioramento della competitività economica sia dell’eolico che del fotovoltaico. Dalla green economy potrebbe poi arrivare un grosso aiuto alla crescita economica e alla creazione di nuovi posti di lavoro, a patto però che la politica energetica italiana non commetta più gli errori fatti dal precedente governo.
A che punto siamo nella produzione di energia da fonti rinnovabili in Italia?
“Le rinnovabili sono arrivate a quasi il 25% del consumo di energia elettrica totale. L’obiettivo è di arrivare, entro il 2020, al 20% di tutto il fabbisogno energetico, quindi c’è ancora molta strada da fare”.
Sulla base di questi dati, pensare di risolvere il problema dell’approvvigionamento del gas ricorrendo alle energie rinnovabili è realistico?
“Nessuna operazione di tipo energetico si può fare nei tempi che impone una contingenza. La capacità di chi pianifica l’energia sta proprio nel prevedere le situazioni di picco o di crisi e disporre di un pacchetto energetico capace di dare sicurezza economica, produttiva e strategica al paese. Da questo punto di vista l’ultima crisi dimostra che anche il meno inquinante e il più
friendly dei combustibili fossili, cioè il metano, ha comunque dei grossi limiti. Dal punto di vista ambientale ha un impatto più basso rispetto ad altri combustibili fossili ma presenta maggiori rischi perché il sistema attuale ci vede vincolati, in maniera percentuale molto importante, con pochi fornitori. C’è un orientamento teorico molto largo, che è poi quello indicato dall’Unione europea, nel dire che sulle fonti rinnovabili e sull’efficienza energetica bisogna puntare in maniera continuativa”.
Questo si sta realizzando in Italia?
"Le politiche del governo italiano negli ultimi anni non hanno corrisposto a questi obiettivi perché sono state discontinue e hanno creato un forte disorientamento nel mondo imprenditoriale e nel settore creditizio, fino a portare ad una lettera di protesta da parte degli istituti bancari esteri a fronte della reiterata decisione del governo italiano di stracciare gli impegni presi e rivedere continuamente la prospettiva di incentivi per le rinnovabili. Il punto centrale non è quanti sono gli incentivi per le rinnovabili ma l’affidabilità del sistema e la capacità di programmazione. I tedeschi programmano nell’arco dei decenni, noi non riusciamo a superare una programmazione che dura pochi mesi. Questo orizzonte temporale è incompatibile con la possibilità di costruire un sistema industriale energetico italiano. Questo è un vincolo pesante per l’Italia sia per le rinnovabili che per l’efficienza energetica. Anche in questo secondo caso c’è stata una politica discontinua con provvedimenti che sono andati e venuti".
Il costo dell’energia elettrica prodotta dalle rinnovabili di quanto è più alto rispetto a quello derivante dall’utilizzo del metano?
"L’energia eolica in alcune aree del mondo sta diventando competitiva. In Brasile, per esempio, sono state vinte delle gare da impianti eolici. In certe condizioni di vento l’eolico sta ormai entrando nella competitività del mercato. Nel fotovoltaico per arrivare alla cosiddetta grid parity, ovvero alla concorrenzialità nel punto in cui l’energia viene prodotta, quindi non a casa ma nel punto in cui viene messa in rete, in Italia ci vorranno, secondo le stime, due o tre anni".
L’obiettivo di raggiungere una copertura da rinnovabili del 20% del fabbisogno totale entro il 2020 non è un obiettivo modesto?
"Dal 2020 ci separano solo 8 anni. Le procedure per costruire le infrastrutture energetiche non sono molto rapide quindi credo che l’obiettivo del 20% sia un buon obiettivo. Si tratta poi di andare avanti su questa strada e arrivare a tappe successive che vedranno le rinnovabili, secondo i progetti europei, maggioritarie a metà del secolo".
Della green economy si parla anche come salvagente delle economie occidentali sempre più stagnanti e incapaci di creare nuova occupazione. La rivoluzione verde quanti posti di lavoro potrebbe creare in Italia nei prossimi anni?
"Ci sono diverse stime a questo proposito. Una delle più interessanti è stata espressa dalla Cgil che ha fatto uno studio molto recente sui posti di lavoro che potrebbero essere prodotti in Italia con le energie rinnovabili, con l’efficienza energetica e con l’uso più accorto dei materiali. Queste stime indicano, in un decennio, un potenziale di 1,6 milioni di posti di lavoro".
Prima ha parlato di gravi errori del precedente governo nella pianificazione dello sviluppo delle rinnovabili. Come giudica invece i primi passi del governo Monti?
"E’ ancora presto per esprimere un giudizio. Fino ad ora non sono arrivati segnali chiari. C’è una disponibilità generale ad investire in tecnologia, c’è un atteggiamento diverso rispetto a prima, più serio ed affidabile, ma la cosa migliore da fare è aspettare la prova dei fatti".