Liberalizzazioni, 30mila kmq di coste a rischio trivella. Legambiente: non distruggiamo il nostro mare

di Antonella Loi
Tutto comincia nella Puglia minacciata dalle trivelle. Il "no" al petrolio scandito da slogan e berretti gialli, pochi giorni fa a Monopoli, era un messaggio al presidente del Consiglio, Mario Monti: nessuno osi profanare il mare dell'Adriatico e il golfo di Taranto. "E' la Puglia migliore che lo chiede", ha detto il governatore Nichi Vendola, sicuro che molti presidenti di Regione e sindaci si accoderanno alle proteste contro "lo stupro" delle coste del Mediterraneo. L'ennesimo nell'Italia della crisi. Parole che pesano come macigni sulle 117 concessioni di ricerca e sfruttamento di giacimenti petroliferi, di cui 25 a mare, già assegnate negli ultimi due anni. E la deregulation prevista dal Dl liberalizzazioni rischia di allargare il “braccio nero” ben oltre i 30mila chilometri italiani di coste già ipotecate in attesa delle piattaforme petrolifere.
Le norme non sono ancora definitive ma il testo appena approdato in Parlamento apre a nuove vantaggiose opportunità per le compagnie. Dopo il primo tentativo di assalto alle aree marine protette, seguito dalle polemiche e da un mesto dietro front (riguardava la distanza tra le zone a tutela ambientale e le piattaforme petrolifere, da 15 a 5 miglia), restano norme che di fatto rendono più semplice perforare i fondali marini. Come quella contenuta nell'articolo 17. "Nel caso di istituzione di nuova area protetta - recita il primo comma - restano efficaci i titoli abilitativi già rilasciati". Cioè, basta un semplice titolo di prospezione o una richiesta iniziale perché venga annullata qualunque superiore esigenza di salvaguardare zone di pregio ambientale. Questione di priorità.
Un futuro roseo per le compagnie petrolifere. Intanto sulla base delle concessioni già assegnate nuovi territori e porzioni marine ancora vergini - come il tratto di costa antistante Oristano, la zona delle isole Tremiti, le Egadi o l'arcipelago toscano - vanno ad aggiungersi agli 83 pozzi di terraferma (il 90 per cento dei quali in Basilicata) e alle 9 piattaforme già in attività.
Una fotografia più nitidia la fa Legambiente. Un rapporto pubblicato nei giorni scorsi calcola che al 31 maggio 2011 erano 25 i permessi di ricerca rilasciati per quasi 12mila kmq a mare, "pari a una superficie di poco inferiore alla regione Campania", spiega il rapporto intitolato "Un mare di trivelle". Queste licenze riguardano vaste zone del Sud Italia: 12 si concentrano nel canale di Sicilia, 7 nell’Adriatico settentrionale, 3 nel mare tra Marche e Abruzzo, 2 in Puglia (tra cui la zona antistante Taranto) e 1 in Sardegna.
Se il leitmotiv della propaganda pro petrolio è l'insostenibilità della dipendenza dai giacimenti altrui, causa degli alti costi in bolletta, come detto recentemente dal presidente di Nomisma Energia, Davide Tabarelli, "l'unico modo per abbassare i prezzi con il mercato spot è mettere una produzione interna in concorrenza con i fornitori esteri". Cioè: le tariffe finali risultano più convenienti se anche l'Italia produce il suo petrolio e il suo gas. Legambiente dissente. "Secondo i nostri calcoli - spiega Giorgio Zampetti, coordinatore dell'Ufficio scientifico dell'associzione ambientalista - le riserve di petrolio a mare, stando ai consumi attuali, sarebbero sufficienti a coprire il fabbisogno nazionale per 55 giorni, non più di due anni se prendiamo in considerazione anche le riserve terrestri".
Il conto è presto fatto: le stime ufficiali parlano di riserve totali stimate intorno ai 187 milioni di tonnellate di petrolio, a fronte di un consumo che nel 2010 è stato di 73,2 milioni di tonnellate. La domanda a questo punto è: dove sta la convenienza se bene che vada si incide per due anni e mezzo sulla domanda energetica nazionale? "Tutta questa attività di trivellazione che mette un'ipoteca su vaste aree del territorio italiano non ha niente a che vedere con l'indipendenza energetica come spesso si dice, la dipendenza da fonti estere continuerà", dice Zampetti. Altra cosa sarebbe se l'Italia optasse per le fonti rinnovabili in maniera massiccia: quella sì potrebbe essere una fonte primaria che tende all'indipendenza energetica.
Ma c'è anche un altro elemento che sembra stridere con la propaganda pro-trivella. "Il 90 per cento delle compagnie che ha ottenuto le licenze di ricerca e sfruttamento sono compagnie straniere che trovano evidentemente nel nostro Paese condizioni vantaggiose", nota l'ambientalista. Tanto più che i canoni di concessione, dice Legambiente, prevedono tariffe piuttosto convenienti e, stando ad un rapporto pubblicato dal Wwf, accade anche che su 136 concessioni di coltivazioni in terra, nel 2010, solo 21 abbiano pagato le royalties, mentre su 70 coltivazioni a mare solo 28 abbiano onorato il debito.
Neanche le ricadute sull'occupazione convincono Legambiente che, a dispetto della lettera del decreto legge che prevede investimenti derivanti dai proventi del petrolio (100 miliardi di risparmi spalmati su 25 anni, dice Assomineraria, pari a 34mila posti di lavoro), vede vantaggi ben maggiori nell'opzione energie rinnovabili. "Se puntassimo sulle fonti pulite - sostiene Zampetti - creando la filiera e investendo sulle aziende che producono i materiali e installano le strutture, sui tecnici e così via, potremmo creare più occupazione, costante nel tempo e diffusa sul territorio". Basterebbe cioè seguire "la linea indicata dagli accordi internazionali sui cambiamenti climatici e il risparmio sarebbe di 8,5 miliardi all'anno".
23 gennaio 2012
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