Termini, Cremaschi: "Marchionne specula sui lavoratori, ora lì sarà la mafia l'unica realtà in grado di assumere"

di Ignazio Dessì
Giovedì alle ore 22 la sirena dello stabilimento che indica gli orari di entrata ed uscita dai turni ha suonato per l’ultima volta. Termini Imerese, la fabbrica della Fiat che ha portato al Sud e in Sicilia speranze e illusioni, è chiusa e lascerà a casa migliaia di lavoratori. L'evento suona come un avviso sinistro per il mondo del lavoro e semina, come ha titolato l’Espresso, “lacrime e rabbia”. Tanto che il nuovo ministro dello Sviluppo economico Passera ha convocato immediatamente le parti. Secondo Giorgio Cremaschi, figura storica dei lavoratori metalmeccanici e presidente del Comitato Centrale della Fiom Cgil, è una “vergogna che la dice lunga su personaggi come Marchionne, esaltati come grandi manager e salvatori della Patria da un certo tipo di regime culturale informativo, e rivelatisi invece solo terribili speculatori”.
Cremaschi, la sua ha l'aria di una condanna senza appello.
“Non c’è sufficiente condanna per quello che sta avvenendo, anche perché voglio ricordare una piccola cosa di cui non parla nessuno: Marchionne oltre al suo stipendio di parecchi milioni riceve le stock option con le quali, all’inizio di quest’anno, aveva accumulato 100 milioni di euro. Anche se ora il valore delle azioni è calato, parliamo comunque di decine di milioni di premi. Nello stesso tempo la Fiat rifiuta di impiegare 20 milioni di euro, molto meno di quello che intasca Marchionne individualmente, per agevolare il prepensionamento dei lavoratori di Termini Imerese. Questo la dice tutta sulla sfacciata e scandalosa arroganza da parte di chi gestisce la Fiat”.
La chiusura della fabbrica siciliana è un fatto così grave?
“La chiusura della fabbrica di Termini è in questo momento un dramma per il Paese ma è solo la punta di un iceberg rispetto alla situazione generale. Voglio ricordare che il Lingotto, da quando c’è il top manager Marchionne, ha chiuso definitivamente le attività all’Alfa Romeo e, solo in quest’ultimo anno, ha chiuso tre fabbriche: la Cnh di Imola, l’Irisbus di Avellino e adesso Termini Imerese. Circa 5 mila lavoratori lasciati in mezzo alla strada. Sono questi i risultati di certi dirigenti industriali che vengono esaltati ma sono solo delle cavallette pronte a saltare da un posto all’altro per succhiare tutto ciò che possono e poi spostarsi di nuovo”.
La chiamano anche globalizzazione.
“Guardi, qui siamo di fronte a una crisi della stessa globalizzazione. Siamo di fronte a una speculazione verso cui non c’è una risposta sufficiente perché i lavoratori di Termini, al di là delle chiacchiere, sono sostanzialmente soli. Se Marchionne sentisse di avere di fronte un potere politico e istituzionale pronto a fargliela pagare non farebbe quello che fa”.
L’ultimo gesto degli operai di Termini è stato quello di bloccare i cancelli impedendo alle ultime auto prodotte di lasciare lo stabilimento con le bisarche. Quali prospettive hanno ora queste tute blu spesso con figli e famiglie da mantenere?
“Le misere prospettive di lavoratori siciliani che perdono il posto di lavoro in questo momento di crisi in cui chiudono perfino le fabbriche della Lombardia. Quindi nessuna, questa è la triste verità”.
Si parla di una azienda, la Dr Motor, pronta a rilevare la realtà siciliana.
“Sì, certo, c’è Di Risio che dovrebbe arrivare per produrre veicoli industriali o Suv, non si sa ancora bene. Ma nulla può rimpiazzare il disastro complessivo che c’è stato. Un sito lavorativo che dava occupazione a tremila persone potrebbe dare lavoro – d’ora in poi - a non più di un terzo di esse, sempre che la soluzione ipotizzata si verifichi. Questa operazione sarà un grande regalo alla mafia, perché la mafia finirà con l’offrire le uniche possibilità di lavoro in quelle zone”.
Adesso abbiamo un nuovo governo che ha sostituito quello di Berlusconi. Crede che il nuovo esecutivo avrà la capacità di intervenire?
“In verità noi l’abbiamo chiesto anche all’altro governo, che non ha fatto nulla. Ma anche quello nuovo, per ora, non dice nulla sull’argomento, nonostante sia nato con una specie di aureola di santità. Vediamo cosa farà davvero perché i problemi non si possono affrontare solo a chiacchiere”.
L’atteggiamento di Marchionne pone in discussione i diritti sindacali. Del resto la disdetta del contratto da parte della Fiat comporta la messa in discussione per i lavoratori della possibilità di scegliersi il sindacato di rappresentanza e la Fiom è destinata, in virtù del nuovo accordo, ad essere tagliata fuori. E’ una cosa molto grave per il mondo del lavoro?
“Penso di sì, perché riguarda tutti i lavoratori. Quello che fa Marchionne non è applicazione di una distinta tecnica, come ha sostenuto lui, bensì – tecnicamente parlando – fascismo aziendale. Non solo perché vuole imporre a tutti i lavoratori Fiat un contratto peggiorativo delle condizioni di lavoro, della loro salute e della loro sicurezza, ma anche perché vuole impedire loro libertà democratiche fondamentali, come quella di scegliere col voto il sindacato che li rappresenti”.
Non è dunque solo un attacco alla Fiom.
“Marchionne non dice semplicemente 'non voglio più la Fiom in fabbrica' ma abolisce le elezioni. I lavoratori non potranno più fare ciò che hanno sempre fatto, andando alle urne e scegliendo nel segreto chi li rappresenti. Ci saranno nell’azienda d’ora in poi solo sindacalisti nominati e di gradimento del padrone. In sostanza si aboliscono libertà sancite dalla Costituzione. E il tutto potrebbe non  fermarsi lì, perché se accettiamo questo stato di cose l’autoritarismo si diffonderà a macchia d’olio. Del resto, quando un anno e mezzo fa iniziò la vicenda Pomigliano, c’era chi diceva che si trattava di una eccezione: ora abbiamo visto di che eccezione si trattava. E’ diventata la regola".
Quindi?
"Quindi c’è un attacco alla democrazia accompagnato da una assenza di risposte politiche e istituzionali adeguate. C’è un solo precedente nella storia: il 2 ottobre 1925 quando il presidente del Consiglio, Benito Mussolini, convocò Confindustria e sindacati corporativi a Palazzo Guidonia, a Roma, per firmare un accordo in cui si diceva che solo loro potevano essere dentro le fabbriche, che la Cgil era fuori e venivano abolite le rappresentanze dei lavoratori e le elezioni”.
Da allora non c’era mai stato nelle relazioni industriali niente di simile?
“Da allora non era mai successo che in Italia ci fosse un accordo per abolire le elezioni nei luoghi di lavoro. Adesso è stato fatto”.
Ci sarà una nuova Resistenza?
“Assolutamente. Una moderna resistenza. Noi della Fiom la faremo, ma, come tutte le resistenze, avrà bisogno di molto appoggio all’interno e all’esterno”.
 
25 novembre 2011
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