Inaugurata il 29 ottobre a Genova, l’edizione 2010 del
Festival della Scienza continua ad attrarre pubblico non solo italiano. L’evento, studiato dagli organizzatori per fornire un’occasione di incontro fra ricercatori e curiosi assetati di divulgazione scientifica, è denso di appuntamenti che non si limitano alle tradizionali conferenze. Vengono anche eseguiti esperimenti in pubblico e gli scienziati più titolati sono stati invitati a calarsi dall’alto delle loro cattedre per rispondere alle domande di adulti e bambini.
Un festival scientifico che anche quest’anno è aperto alle contaminazioni con altre discipline e infatti uno degli incontri più attesi è quello con uno dei pensatori italiani che, nel proprio lavoro teoretico, più si è ispirato alla creativa mescolanza di temi fra loro apparentemente distanti: il filosofo
Maurizio Ferraris. Professore ordinario di filosofia teoretica all’Università di Torino, direttore della
Rivista di Estetica e editorialista per
La Repubblica, Ferraris, che ha recentemente pubblicato
Documentalità. Perché è necessario lasciar tracce (Laterza 2009) e
Ricostruire la decostruzione (Bompiani 2010), parlerà di società della comunicazione nel suo intervento intitolato
I Pad, You Tube, We Doc.
Professor Ferraris, ci spiega prima di tutto cosa ci fa un filosofo al Festival della Scienza?
“I filosofi non sono mica il contrario degli scienziati, anzi per lungo tempo non sono stati poi così diversi da loro. Cartesio era più fiero delle proprie scoperte scientifiche che non delle proprie affermazioni filosofiche. Certo dopo le cose si sono un po’ complicate, le scienze sono diventate tante o ogni singolo scienziato magari non sa niente del collega che gli sta vicino. Allora anche i filosofi possono andare al Festival della Scienza.”
Lei sostiene che la nostra più che una società della comunicazione sia una società della registrazione. Ci spiega il perché?
“Che differenza c’è fra gli strumenti tecnologici che abbiamo ora e quelli che avevamo 50 anni fa, per esempio radio, televisioni e telefoni? La caratteristica di tutti questi strumenti è che non avevano memoria, non potevano registrare niente. Adesso i loro equivalenti sono pieni di memoria, dalla tv possiamo registrare tutto ciò che va in onda, oggi poi la televisione è stata assorbita dal computer e lo stesso vale per la radio visto che ogni programma si può riascoltare in streaming. Il telefono è diventato un cellulare magari con 32 giga di memoria ed è ormai un grosso archivio in cui, in fondo, la funzione di parlare è secondaria. Aggiungiamo che se la funzione dei telefonini fosse stata semplicemente quella di comunicare, sarebbero diventati sempre più piccoli, come in effetti è successo per un po’ di tempo. Poi hanno cominciato a diventare più grossi perché si ingrandiva lo schermo in cui fissare immagini e scrittura. Adesso l’oggetto tecnologico feticcio è l’I Pad che è una cosa molto grossa, non sta in tasca ed è tutt’altro che comoda. E allora perché uno che potrebbe avere un telefonino piccolissimo deve avere quella roba lì? Perché serve per scrivere, per registrare, perché ha un archivio di 64 giga e quindi è evidente che comunicare sia secondario rispetto a registrare. O meglio la comunicazione senza la registrazione non servirebbe a niente.”
La nostra è quindi un’esigenza di lasciare più tracce possibili.
“Sì. Pensiamo alle banche, agli archivi presenti dei palazzi delle nostre città, tutti pieni di documenti registrati perché il mondo sociale è fatto di registrazioni.”
Quindi siamo da sempre una società della registrazione e quello di documentare è un bisogno antico.
“Da che mondo è mondo: quel tizio che ha disegnato un rito di caccia in una caverna 10mila anni fa, stava facendo la stessa cosa di chi si annota una chiamata sul cellulare, anzi lo fa il telefonino per lui. Quello che sta avvenendo è più vecchio delle piramidi e rivela l’essenza della realtà sociale.”
Perché questa esigenza di tener traccia dei nostri atti sociali? Si tratta di qualcosa che può essere funzionale alla comunicazione o è un moto solipsistico di pura esibizione?
“La registrazione serve come comunicazione nel caso in cui uno sia un ricattatore. Noi abbiamo tutte le cronache di ricattatori e ricattatrici che hanno fatto le loro fortune grazie ai telefonini. E il fatto che questi casi siano così presenti nella realtà contemporanea dipende esclusivamente dal fatto che siano presenti i telefonini. Prima uno avrebbe dovuto portarsi dietro una cinepresa, un registratore e una macchina fotografica, tutte cose molto ingombranti. Ma, a parte il caso dei ricatti, l’esigenza di registrare non è un fatto solipsistico: noi generalmente registriamo dei fatti sociali. Gli oggetti sociali come matrimoni, le promesse, i crediti, i debiti, le crisi finanziarie, i picchi in borsa, gli anni di galera, i premi Nobel, le guerre esistono solo perché ci sono degli atti pubblici che vengono registrati e archiviati in enormi palazzi che sono puri contenitori di registrazioni, dal tempo delle piramidi. E questo è il motivo per cui, anziché andare sulla Luna, che sarebbe parso l’obiettivo del futuro 40 o 50 anni fa, c’è stata invece questa esplosione della scrittura nei computer, I Pad e telefonini che sono moderne macchine per scrivere.”
A che serve tutta questa registrazione?
“A che serve avere dei conti in banca, dei passaporti, dei biglietti della lotteria, bancomat, carte di credito, lettere rubate a qualcuno, una fattura di una cucina Scavolini che vuol fare cadere un uomo politico di primaria importanza, delle fotografie che vogliono fare cadere un altro politico di primaria importanza? Lei sa benissimo a cosa servono tutte queste registrazioni.”
A vivere immagino, visto che registriamo di tutto: dall’ambito lavorativo a quello ludico.
“Dall’amore alla guerra, passando per il lavoro, la borsa, la banca, il ricatto, il dossieraggio ma anche la cultura, il mondo dello spirito, la religione. A cosa è servito registrate i fatti raccontati dalla Bibbia o dal Corano? A rendere universale una religione che altrimenti si sarebbe limitata ai quattro gatti che avevano visto un meteorite nero dalle parti della Mecca o avevano ritenuto di trovare un sepolcro vuoto dalle parti di Gerusalemme.”
Qualcuno sostiene che la profezia di Andy Warhol - secondo cui sarebbe arrivato un tempo in cui ciascuno sarebbe stato famoso, ma solo per un quarto d’ora - si stia avverando grazie a Youtube, Facebook e i social network in genere. Cosa ne pensa?
“Penso che in realtà oggi sia vero il contrario. Siamo ormai in presenza della totale irrilevanza dell’apparire in pubblico. Una volta c’era un solo canale televisivo e se uno vi compariva diventava celebre. Adesso che ci sono milioni di canali tv che non si distinguono dai video su Internet, su Youtube o sui social network, apparire è ciò che accade praticamente a tutti. I famosi sono pur sempre quelli che hanno strumenti molto più potenti per apparire, ad esempio, 8 milioni di volte su Google. Chi ha mille occorrenza su Google non è affatto famoso adesso, io non sono famoso mentre, per restare nel settore filosofico, lo è Umberto Eco che ha chissà quante occorrenza sul principale motore di ricerca. Io sono la prova evidente che non ci sono questi 15 minuti di notorietà per tutti. Ciò che succede è un’altra cosa e cioè che si diventa estremamente vulnerabili e ricattabili perché non c’è stupidaggine detta o fatta che possa cadere nell’oblio se è stata registrata. Chi pensa si stia avverando la profezia di Warhol è un inguaribile ottimista. Secondo me i famosi restano famosi, gli oscuri restano oscuri però tutti sono ricattabili.”
Resta il fatto che i video finiti su tv, Web e social network sono spesso funzionali all’esigenza di diventare famosi.
“Anche qui niente di nuovo sotto il sole. Il desiderio di visibilità e di straordinarietà è connaturato agli esseri umani.”
Quindi le esigenze della società non sono cambiate, abbiamo semplicemente più tecnologie a disposizione per soddisfare sempre i soliti bisogni?
“Questo desiderio di massa di apparire non è cambiato nel tempo. Oggi ci stupiamo del fatto che un tempo si facesse festa e si applaudisse quando si entrava in guerra. Allora si pensava che i conflitti fossero grande occasione di visibilità, di gesta eroiche. Finivi sulla prima pagina della Domenica del Corriere perché avevi lanciato la stampella contro gli austriaci. È un lato dell’essere umano che prima si manifestava attraverso la guerra oggi coi social network.”
Parliamo di dipendenza da telefonino: c’è chi si rende maleducato coi presenti controllando in continuazione se ci sono sms, e-mail o chiamate. Ha cioè bisogno di comunicare con qualcuno che non sia fisicamente con lui. Come spiega questa tendenza purtroppo assai diffusa soprattutto fra i giovanissimi?
”Ma se lei vedesse un consiglio di facoltà, o una riunione in Parlamento vedrebbe esattamente la stessa cosa. Avrà sicuramente avuto modo di osservare questo fenomeno: uno incontra un altro, e cosa gli dice? ‘Ci vediamo’, e se ne va. Il che manifesta insieme il desiderio di essere cordiale, di dire ‘sono contento di vederti’, ma anche il fatto che non abbia nessuna voglia di vedere questa persona e che vorrebbe starsene lontano. Le comunicazioni via telefonino o via Web sono più distanziate, nel senso che puoi accenderle e spegnerle quando vuoi e quindi sono più controllabili rispetto all’autentica presenza di esseri umani.”
Quindi si tratta di un bisogno di controllo e di protezione di sé?
“Sì. Da una parte c’è il fatto che uno vorrebbe essere sempre dovunque e fare tutto, quindi c’è un sogno di onnipotenza, e dall’altra c’è la concreta esigenza di controllo. Basta pensare alla prevalenza di sms sulle chiamate: il messaggio sai quando inizia, quando finisce e non corri il rischio di farti attaccare un bottone.”
Parliamo di televisione che ultimamente è sotto accusa per la spettacolarizzazione del delitto. La fiction si ispira alla cronaca nera (vedi la seconda serie di Romanzo criminale) e la cronaca nera è raccontata come una fiction (vedi Avetrana e dintorni).
“Ci sono teorie, che personalmente ritengo irresponsabili, che sostengono come questo dimostri che nel mondo post-moderno tra realtà e finzione non ci sia più differenza. Ma la differenza essenziale tra realtà e finzione è banale e cioè: nella realtà i morti sono veri. Quindi questo traccia uno scrimine radicale tra apparenza e mondo reale. Si fanno molti discorsi moralistici sulla tv, io dico che in fondo un rimedio c’è ed è non guardare quei programmi. La reazione del pubblico dovrebbe essere quella di non assistere.”
Così però diamo tutta la responsabilità al pubblico.
“Ma è così, il pubblico è votante. Diciamo che abbiamo il governo e la tv che ci meritiamo.”
29 ottobre 2010