Le dichiarazioni di distensione da parte di Benjamin Netanyahu arrivano ormai con cadenza quotidiana. L'ultima risale a domenica, quando il premier israeliano ha parlato di un "compromesso storico" con gli eterni vicini-nemici palestinesi. Parole che verranno subito messe alla prova: sulla prossima sessione di negoziati, in programma dal 15 settembre a Sharm El Sheik, alla quale parteciperà anche il segretario di Stato, Hillary Clinton, pende la scadenza della moratoria sull'avanzamento delle colonie nei territori palestinesi. E poi l'altra prova arriverà dal sangue freddo che gli israeliani sapranno mantenere davanti alle "provocazioni" (così sicuramente nella visione israeliana) che seguiranno l'anatema lanciato da Hamas sui negoziati in corso.
Due punti critici, dunque, sui quali la fragile tenuta dei colloqui potrebbe infrangersi. La questione delle colonie divide al suo interno Israele, ma sul questo l'Autorità nazionale palestinese non intende negoziare: o si va avanti con la moratoria o i colloqui finiscono qui. Tutto è dunque nelle mani del leader del Likud, il partito di estrema destra al potere in Israele. Se da una parte il premier ha detto di non poter garantire oltre il blocco delle colonie - la moratoria è in vigore da sei mesi circa -, a più riprese ha anche sottolineato di volere una "pace duratura" che la Clinton ha subito tradotto in “un percorso fruttuoso".
"Balle, non credo alle parole di Netanyahu e sono convinto che egli non dica quello che realmente pensa", ci dice Atef Aboalrob, giornalista palestinese di un quotidiano di Jenin in Cisgiordania, al quale abbiamo chiesto via e-mail di aiutarci a capire quale sia la visione palestinese su questo concentrato di buone intenzioni. E le parole di Aboalrob, espresse in un inglese conciso ed essenziale, spazzano via ogni pia illusione. “Questi negoziati non credo che porteranno a risultati concreti". E spiega: "E' difficile che portino a ciò di cui noi palestinesi abbiamo bisogno”. Quello che ci si può aspettare è “una nuova lunga corsa ai negoziati senza esito specifico”. Una storia già vista, insomma.
Se il giornalista è convinto che “l’Autorità nazionale palestinese è composta da persone valide” delle quali “mi fido e della cui integrità non dubito”, a preoccupare Aboalrob sono piuttosto gli Stati Uniti per “le forti pressioni internazionali che devono subire in questo loro compito di mediazione”. Al limite, dice, “Ho paura di loro e della loro capacità di azione”. Detto questo, secondo il cronista, Obama, che vorrebbe avviare negoziati di pace anche tra Israele, Libano e Siria, “credo che gli strumenti ce li abbia, bisogna vedere se ha realmente la volontà”. I tempi però, dice, forse non sono ancora maturi: “Non credo che ci siano ancora le condizioni necessarie per risolvere i problemi tra arabi e israeliani”.
Ma c’è un altro punto controverso che gioca a sfavore della trattativa di pace che Obama è intenzionato a portare a termine: l’assenza intorno al tavolo dell’altra componente politica palestinese, Hamas. L'organizzazione islamica estremista uscita vincitrice dalle ultime elezioni democratiche tenutesi in Palestina nel 2006 ma mai riconosciuta da Israele e da una parte della comunità internazionale, ha giurato di impedire con ogni mezzo questi negoziati di pace che, sostengono i suoi leader, i palestinesi non vogliono.
Cosa chiedono i palestinesi è presto detto. “Noi abbiamo bisogno dei nostri diritti e niente più”, spiega Aboalrob. “Hamas, sebbene sia una forza importante non rappresenta tutti i palestinesi. Detto questo – continua -, aggiungo che ci sentiremo tranquilli solo quando Israele avrà lasciato definitivamente Gaza e la Cisgiordania”. Ma allora qual è il gioco di Hamas? “Hamas in questo momento vuole dire ‘ci siamo anche noi’, e chiaramente trarrebbe beneficio dal fatto che il processo di pace non vada a buon fine”. Perché allora non coinvolgere anche l’organizzazione islamica, che peraltro ha vinto le elezioni del 2006?
In verità la Clinton avrebbe lanciato appelli affinché Hamas "rinunci alla violenza" e "si sieda al tavolo" voluto da Washington. “Da parte nostra, per quello che abbiamo potuto vedere noi palestinesi, Mahmud Abass (Abu Mazen) ha sempre chiesto ad Hamas di partecipare al dialogo per la pace e da quel che vedo io non ci sono ostacoli a che Hamas possa partecipare”. Ma, evidentemente, l’assenza di riconoscimento dell’organizzazione islamica da parte di una buona fetta della comunità internazionale - Israele e Stati Uniti in primis – pesa sulla scelta dei rappresentanti delle controparti.
La voce di Hamas, a suon di attacchi armati, parlerà ancora. Resta il fatto che anche arrivando ad un compromesso, senza Hamas al tavolo, la Striscia di Gaza, sulla quale essa governa, rischia di rimanere un ghetto. E in quale condizione vivano i palestinesi in questo momento, lo spiega Aboalrob: “I palestinesi vivono sotto pressione a causa dell'occupazione, e questo dà origine a poca libertà di movimento, poche opportunità di lavoro (la disoccupazione a Gaza è altissima n.d.r), insomma nessuna possibilità di salvezza”. La popolazione è stremata. “Pochissima speranza, più povertà, paura e ansia”.
06 settembre 2010