Palestinesi assistono all'apertura dei negoziati a Gaza City (Ansa) Palestinesi assistono all'apertura dei negoziati a Gaza City (Ansa) 

Mo: negoziati "fruttuosi" ma pesano l'incognita insediamenti e l'opposizione di Hamas

di Antonella Loi
Colloqui "produttivi", è la dichiarazione finale. Il mondo assiste con una vena di scetticismo agli incontri bilaterali tra Israele e Palestina: il premier israeliano, Benjamin Netanyahu, e il leader dell'Anp, Abu Mazen, al termine del primo giro di consultazioni a Washington sottoscrivono la dichiarazione di parte americana di aver "avviato un lavoro fruttuoso" che riprenderà fra 15 giorni e ogni due settimane per un anno. I due, sotto l'ombrello protettivo di Barak Obama, si sono impegnati a cogliere "entro un anno" la "opportunità storica" di un accordo che metta fine a decenni di violenza e di spargimenti di sangue nella regione mediorientale.
Quale futuro dunque per la gente di Gaza - ancora segregata nella Striscia, nonostante l'allentamento dei check point ai valichi di frontiera, deciso come segnale di distensione per favorire i negoziati - e della Cisgiordania, stremata dalle storture della guerra? Difficile azzardare previsioni. Sui negoziati di Washington pesa infatti l'ostilità di Hamas, l'organizzazione islamica al governo a Gaza (in seguito alle ultime elezioni democratiche del 2006), ma assente al tavolo americano. "Una parte importante della realtà palestinese è stata esclusa dalle trattative", ha spiegato il direttore di Limes, Lucio Caracciolo, in una nostra intervista.
E che sulla difficile "via della pace" pesi l'incognita Hamas è un dato di fatto. Proprio ieri, a due giorni dall'attentato Hebron e dagli attacchi in Cisgiodania, l'organizzazione estremista ha reso noto che 13 gruppi palestinesi, fra cui le Brigate Ezzedin al Qassam, ala armata di Hamas, hanno annunciato ieri sera la creazione di un "centro di coordinamento" per le loro operazioni contro "il nemico sionista", proclamando che Israele sarà colpito "in ogni luogo e in qualsiasi momento".
Il prossimo incontro è fissato per il 14 e 15 settembre a Sharm El Sheikh, in Egitto, alla presenza del segretario di Stato americano, Hillary Clinton, e del negoziatore per il Medioriente, George Mitchell. Non è ancora confermata la presenza del presidente Usa, Barack Obama, che molto sta investendo in termini di risorse politiche sul processo di pace tra Israele e Palestina.
Dopo il ritiro dall'Iraq, devastato da una guerra sbagliata e persa in termini militari, e l'incancrenirsi delle operazioni sull'altro fronte, quello afghano, Obama ha bisogno di questo successo per rifarsi un'immagine credibile sul lato della politica estera. La stessa Clinton, al tavolo dei negoziati ha garantito ai due contendenti il sostegno "attivo e prolungato" degli Stati Uniti, definendo la ripresa dei colloqui di pace "un passo importante verso la liberazione dei vostri popoli dalle catene di una storia che non può essere cambiata". E gli Usa vorrebbero essere protagonisti di questo cambiamento.
Sulla riuscita dei colloqui pesano le rispettive rivendicazioni, israeliane e palestinesi, e per contro la disponibilità a fare concessioni. Se Netanyahu si dice consapevole delle "dolorose concessioni specifiche da entrambe le parti", dall'altra "una nuova era di pace, giustizia, sicurezza e prosperità per i palestinesi e per il popolo israeliano" è auspicata da Abu Mazen. Ma per arrivare alla "riuscita" dei negoziati, forse bisognerà puntare sulla "tenuta" dei negoziati. La testa di ponte sarà infatti il 26 settembre, quando scadrà la moratoria sull'avanzata delle colonie israeliane nei territori palestinesi, in vigore da dieci mesi.
Netanyahu ha già fatto sapere di non essere disposto a rinnovare la moratoria e anche sulla richiesta di cessazione immediata dell'embargo su Gaza, Israele nicchia. "La sicurezza di Israele va garantita", ha sottolineato a più riprese il leader israeliano. I recenti attacchi di Hamas, condannati da entrambe le parti ma che promettono di continuare, al di là delle reali intenzioni dei negoziatori, forniranno l'alibi per un eventuale nuovo fallimento dei negoziati.
03 settembre 2010
 
 
 
  
  
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