Obama ne è convinto: stavolta la pace si farà. Il leader dell'Anp, Abu Mazen, è seduto al tavolo delle trattative a Washington mentre Hillary Clinton rilascia dichiarazioni entusiastiche alla stampa. La controparte, Benjamin Netanyahu, intanto, si lancia in proclami da chilo. "Voglio mettere fine al conflitto in Medioriente una volta per tutte", dice il premier israeliano, aggiungendo di volere una "pace duratura". Date queste premesse, verrebbe da pensare che la soluzione dell'annoso conflitto israelo-palestinese sia finalmente a portata di mano. Il mondo intero trattiene il fiato: ma possiamo veramente attenderci un esito positivo da questi negoziati? Lo abbiamo chiesto al direttore della rivista di geopolitica, Limes, Lucio Caracciolo, esperto di politica mediorientale. Che subito frena: "Dipende da cosa si intende per esito positivo".
Ci spieghi meglio, direttore.
"Credo che su questo punto le opinioni di partenza e probabilmente anche finali siano piuttosto diverse. Non mi pare che ci siano sul terreno le premesse per un accordo serio, soprattutto perché non c'è nel tavolo un interlocutore palestinese al di là di quelle che sono le intenzioni israeliane. Non c'è cioè un rappresentante di tutto il popolo palestinese".
Manca un posto a tavola.
"L'abbiamo visto e lo vediamo in queste ore in Cisgiordania dove ci sono attacchi ad israeliani organizzati da Hamas che in qualche modo sono la rivendicazione di un posto al tavolo negoziale, cioè: ci siamo anche noi tenete conto di noi. Se Abu Mazen firma un accordo per i palestinesi senza essere abilitato a farlo da chi ne rappresenta una quota fondamentale, insomma, la cosa non conta".
Perché Hamas non è stata invitata a Washington?
"Perché Israele non vuole considerarlo un interlocutore ma un gruppo terroristico, per di più manovrato dall'Iran, perché questa opinione è condivisa da una parte dell'Occidente e, soprattutto, perché l'Anp non lo vuole. Cioè il problema di fondo è questa frattura nel campo palestinese. Se si dovesse arrivare, cosa auspicabile se si vuole fare la pace, ad un compromesso tra le fazioni palestinesi, quindi Anp e Hamas, io credo che ad un certo punto anche gli israeliani dovranno fare buon viso a cattivo gioco".
Senza Hamas la pace non si fa?
"Non so quanti palestinesi rappresenti oggi l'Anp e quanti Hamas, sta di fatto che ha vinto le ultime elezioni fatte in Palestina. Comunque quanto meno controlla una parte della Palestina. E quindi, nel caso Abu Mazen facesse un accordo, avremmo teoricamente tre stati: uno vero, Israele, uno finto, la Cisgiordania elevata a Palestina, ed un terzo, Gaza, che è un ghetto controllato dall'esterno, cioè da Israele".
Obama nel frattempo si dice sicuro che entro un anno si arriverà alla pace, con o senza Hamas.
"Quanti anni sono che sentiamo questi proclami da presidenti americani? Voglio dire che non escluderei che poi alla fine un qualche accordo riescano a firmarlo Abu Mazen e Natanyahu, anche se francamente ne dubito. Il problema è che non sarebbe un accordo rappresentativo del punto di vista palestinese che difficilmente sarebbe accettato dall'opinione pubblica israeliana e che, nella migliore delle ipotesi, costruirebbe una Palestina finta".
Insomma una specie di bluff ?
"Non credo che si possa creare uno Stato sovrano senza ledere, dal punto di vista di Netanyahu, gli interessi di Israele".
Possiamo considerare velleitario dunque anche il proclama sull'avvio di un processo di pace tra Israele, Libano e Siria?
"No, io penso che bisognerebbe affrontare chiaramente la questione complessiva, cioè tra Israele e tutti i suoi vicini, e credo che prima o poi se ne parlerà. In ogni caso è un tentativo lodevole, speriamo che quanto meno smuova le acque in senso positivo".
02 settembre 2010