Russia, a 10 anni dal Kursk il Paese affronta il dramma del fuoco

A dieci anni dal tragico naufragio del sottomarino nucleare Kursk, con la morte dei sui 118 uomini d'equipaggio e la promessa di Vladimir Putin di trasformare il paese in uno stato moderno, la Russia affronta la catastrofe degli incendi interrogandosi sulla rispsta dello Stato alle emergenze. "La tragedia del Kursk è stato un presagio simbolico di un decennio di potere verticale con strutture statiche chiuse, funzionari irresponsabili e la volontà dello Stato di attribuire i suoi errori a circostanze indipendenti dalla sua volontà" scrive Sergei Mitrokhin, leader del partito d'opposizione Iabloko nel suo blog.
L'affondamento del Kursk, fiore all'occhiello della flotta russa del nord, in occasione delle manovre militari nel mare di Barents il 12 agosto 2000, emozionò e fece vergognare la Russia, appena passata sotto la guida di Vladimir Putin. L'ex agente del Kgb, da qualche mese al Cremlino, aveva promesso assumendo le sue funzioni uno Stato responsabile ed efficace e un nuovo orgoglio nazionale. L'episodio drammatico, con la morte dell'equipaggio in assenza di soccorsi, la marina russa incapace di attivarli e il Cremlino che per giorni e giorni rifiutò il sostegni dall'estero, fu un duro colpo per la buona stella di Putin. Il presidente attese cinque giorni prima di interrompere le vacanze a Sochi, sul Mar Nero, e recarsi a Vidiaievo, il piccolo porto sul mare di Barents base del sottomarino nucleare, accolto dalle lacrime delle mogli dei marinai.
Dieci anni dopo anche il nuovo presidente, Dmitri Medvedev, è rimasto a lungo a Sochi mentre villaggi interi bruciavano in tutto il paese, causando la morte di 54 persone secondo le stime ufficiali. Vladimir Putin, ancora l'uomo forte di Russia, ha imparato la lezione ed è corso fin dalle prime ore nei villaggi devastati dalle fiamme, incontrando gli abitanti e promettendo la ricostruzione. Ma le immagini non trasmesse dalla tv pubblica e diffuse da internet mostrano le parole dure che gli vengono rivolte dagli abitanti dei villaggi, che accusano lo stato, come dieci anni fa, di non aver fatto nulla per salvare delle vite. Dieci anni fa, dopo giornate di menzogne e le reticenze di Mosca ad accettare l'aiuto straniero, sub norvegesi riuscirono ad aprire il portello del sottomarino, totalmente invaso dall'acqua, ma dove una parte dell'equipaggio era rimasto in agonia per ore, forse per giorni.
L'inchiesta aperta all'indomani del dramma si chiuse senza trovare responsabili. Putin in questi giorni è arrivato perfino a farsi riprendere ai comandi di un aereo antincendio mentre spegne le fiamme e Medvedev ha licenziato una serie di responsabili militari davanti alle telecamere. Ma secondo il sociologo Evgheni Gontmakher "la situazione mostra che le autorità non hanno imparato molto" dalle lezioni del passato.
"La Russia non aveva gli strumenti per salvare i marinai del Kursk e non ne ha oggi per spegnere gli incendi. La gestione è cattiva e le decisioni prese in questi ultimi dieci anni non hanno contribuito ad aumentare l'efficacia del potere" dice Maria Lipman, analista del centro Carnegie a Mosca. Dopo il Kursk, "ogni nuova tragedia è stata usata per rafforzare il potere verticale", un sistema che non ha permesso la modernizzazione del paese, scrive Gazeta.ru. Restano senza risposta le domande sollevate dal naufragio del Kursk e rischiano di fare la stessa fine anche quelle sollevate dagli incendi dell'estate 2010. Le autorità hanno rifiutato ostinatamente di ammettere le migliaia di morti causate dal caldo e dal fumo a Mosca, così come hanno negato per giorni e giorni che gli incendi avessero attaccato zone radioattive.
12 agosto 2010
Redazione Tiscali
 
 
 
  
  

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