Fiamma Nirenstein insieme ad una soldatessa israeliana al confinecon il Libano (dal blog www.fiammanirenstein.com/)
L'ultima provocazione all'indirizzo palestinese - dopo la passeggiata di Sharon sulla Spianata delle moschee nel 2000 - o il tentativo di affermare un diritto acquisito? Non è chiaro perché il governo israeliano guidato da Netanyahu abbia deciso di andare avanti sulla politica degli insediamenti a Gerusalemme Est, quella porzione della "città santa" rivendicata dai palestinesi come loro capitale. Ottenendo da una parte la reazione di Hamas, che ha chiamato i palestinesi alla protesta nel "giorno della collera", e dall'altra la reazione stizzita di Barak Obama (salvo poi gettare acqua sul fuoco). Il timore del presidente Usa, preoccupato che i suoi sforzi per riaprire il tavolo dei negoziati vadano a vuoto, fa il paio con quello del presidente Giorgio Napolitano, che proprio giovedì ha espresso "preoccupazione" per la politica degli insediamenti.
La domanda è se un cammino di pace sia ancora possibile. Secondo il medico palestinese,
Ismail Fawzi, profugo con la famiglia in Giordania, e oggi residente a Cagliari, "a Israele della pace non frega niente", lo dimostra, sostiene, "la pulizia etnica che da anni è in corso a Gerusalemme Est" (
Leggi l'intervista). Opinione ben diversa da quella di
Fiamma Nirenstein, già giornalista della
Stampa e oggi del
Giornale, deputata del Pdl, toscana di famiglia ebrea e con una vita a metà tra Roma e Gerusalemme. Ecco la sua chiave di lettura.
Nirenstein, la mossa di Netanyahu infiamma gli animi palestinesi. Sembra l'anticamera di una nuova Intifada.
"Non credo che sia l'anticamera di una nuova Intifada per un motivo strutturale: nei Territori palestinesi, non dove regna Hamas, ma nel West Bank dove regna Al Fatah c'è stato un grande progresso economico e quindi la gente ha qualcosa di più da difendere e qualcosa a cui tenere. Anche se con il tema della moschea di Al Aqsa, già sollevato parecchie volte e pretestuoso, gli integralisti islamici cercano di sollevare la rabbia dei palestinesi sostenendo che gli israeliani vogliono occupare e distruggere il tempio islamico, pura fantasia".
Però le 1600 abitazioni da costruire oltre il confine stabilito nel ‘67 è cosa più concreta.
"Nella guerra del '67 Israele prese l'intera Gerusalemme. La prima cosa che fece fu restituire la moschea alla gestione del potere musulmano che al tempo era soprattutto quello giordano, non quello palestinese che ha preso il sopravvento più avanti. Gerusalemme, contrariamente a quello che dicono le fantasie popolari, non è mai stata la capitale palestinese, e non è mai stata abitata soltanto da palestinesi. A Gerusalemme c'è sempre stata una maggioranza ebraica e questa maggioranza ebraica ha sempre avuto sede anche a Gerusalemme Est".
I nuovi insediamenti sanno un po' di provocazione.
"Senta, questa cosa di chiamare 'insediamenti' le costruzioni a Gerusalemme Est è un’invenzione lessicale che ha a che fare con l’idea di chiamare che so ‘Israele stato di apartheid’ o il recinto di sicurezza ‘muro di divisione’ cioè ci sono tutta una serie di parole malate di cui la parola 'insediamenti' fa senz’altro parte perché usata in maniera sregolata e priva di base conoscitiva. Il quartiere di Ramat Shlomo si trova nella no man’s land (terra di nessuno ndr) cioè quella che era la terra di confine tra la dominazione giordana e la parte ebraica, circondata da quartieri ebraici. Questa parte della città è sempre stata abitata da ebrei, se non quando venivano passati a fil di spada, come è sempre avvenuto, ammazzati, fatti a pezzi. Sia i giordani che gli altri paesi arabi, palestinesi compresi, si sono sempre coalizzati contro questa presenza".
Infatti è tempo di superare questi contrasti. E allora perché violare l'accordo di non costruire a Gerusalemme Est, una delle pre-condizioni per parlare di pace?
"Ma quella zona è tutta circondata di insediamenti ebraici. Quando Netanyahu sette o otto mesi fa ha fatto l’accordo di congelare le costruzioni negli insediamenti parlava degli insediamenti del West Bank e specificò subito che si sarebbe continuato a costruire dentro Gerusalemme. Perché creare dei luoghi di apartheid da cui gli ebrei sono esclusi non è possibile dallo Stato di Israele".
E allora quali le soluzioni politiche dal suo punto di vista?
"Qui non c’è un punto di vista, si tratta di conoscere o di non conoscere questa faccenda. E tanto è vero che la cosa più probante è che Obama è tornato indietro. Ha detto che non voleva, si è scusato".
Obama ha corretto il tiro, ma solo qualche ora prima era imbufalito per la sortita di Netanyahu.
"Guardi che tutti i commentatori, compreso il Washington Post, hanno scritto oggi quello che io ho scritto ieri. Il problema di costruire dentro gli insediamenti, non fuori ma dentro gli insediamenti del West Bank, non è mai stato sollevato né durante le trattative di Oslo né durante le trattative tra Olmert e Abu Mazen. Una questione che non è mai esistita. Le trattative non erano mai state inficiate, altra cosa sarebbe stata costruire fuori, lì si sarebbero violate norme internazionali. Mi spiego, ad un certo punto Obama ha detto: bisogna smettere di costruire, Israele ha accettato e ha fatto una moratoria di dieci mesi. Netanyahu però non ha mai detto che non avrebbe costruito nella West Bank e infatti non ha fatto niente di strano. Poi secondo me ha sbagliato il ministro delle costruzioni, durante la visita di Biden, a vantarsi del fatto che avrebbe continuato a costruire".
Però queste azioni scoraggiano il processo di pace: i palestinesi rivendicano la sovranità su Gerusalemme Est e la considerano la loro capitale.
"Ma guardi che qui nessuno ha preso una posizione strana, stanno costruendo laddove si stava già costruendo. E poi non c’è nessun punto conteso, quando si siederanno ad un tavolo prenderanno delle decisioni. Per ora Gerusalemme è e resterà la capitale di Israele, solo in un tavolo queste cose si possono affrontare".
La censura di Obama allora come si spiega?
"E' vero, Obama ha censurato l'operato di Israele. Ma avrebbe avuto ragione se avesse censurato la costruzione all’interno della West Bank, su Gerusalemme non ha ragione perché non c’era nessun impegno in tal senso. E poi chi conosce Gerusalemme sa che non si può impedire né agli israeliani né ai palestinesi di costruire né da una parte, né dall’altra. A Gerusalemme Est c’è la cosiddetta “mezzaluna”, una porzione di territorio dove gli arabi hanno costruito all’impazzata e nessuno gli ha detto niente. La crescita demografica richiede nuove costruzioni sia da una parte che dall’altra. Quindi io capisco la posizione di Obama, che si preoccupa che non si crei una situazione precondizionata rispetto ad una suddivisione nel futuro, ma non si può far finta che questa suddivisione sia già avvenuta".
La sortita di Israele non sarà piuttosto una ritorsione nei confronti dell'alleato Usa per il discorso al Cairo nel 2009 dove parlò di due Stati sovrani?
"No, lei legge la storia in una maniera rovesciata".
Ci dia lei una lettura dei fatti allora.
"Se l’avessi fatta io la domanda l’avrei fatta così: non c’è un po’ la prosecuzione della politica della mano tesa nei confronti degli arabi che è cominciata con quel discorso, fatto in ginocchio, che è proseguita con il discorso del Cairo e poi la politica della mano tesa nei confronti dell’Iran che intanto se la ride allegramente e continua a costruire la bomba atomica? La risposta è che Obama sa che questo prendere posizione contro Israele suscita immediata adesione nel mondo arabo e la carta anti-israeliana è la carta migliore che può essere giocata perché in questo senso suscita simpatia".
Obama cerca la via diplomatica anche per arginare le velleità diplomatiche dell’Iran.
"Non mi pare che la politica di Obama in questo senso sia efficace. Sono convinta che gli Usa siano contro la bomba atomica dell’Iran, ma d’altra parte per farlo ci vuole una presa di posizione forte e francamente la politica Usa fino ad ora non si è dimostrata seria. Il Consiglio di sicurezza dell’Onu è contrario alle sanzioni e si torna alla formula del 5 più uno per prendere una decisione difficilissima. Ma voglio chiarire un altro concetto".
Dica pure.
"Se ci si limita a vedere come uno sgarro rispetto al processo di pace la politica di Israele e ci si dimentica che nelle scuole palestinesi di Hamas e Fatah si insegna la geografia senza che compaia Israele e che si glorificano i martiri che in realtà sono i peggio dei terroristi. O si pensi alle gesta di Hamas che lancia missili sulle colonie vicine. Lei capisce bene che prima di un accordo non ci si può ritirare, prima si faccia l’accordo poi si vedrà. E si verifichi però che le zone da cui ci si ritira non diventino delle rampe di lancio da cui lanciare missili o mandare terroristi suicidi: nel 2005-06 tutta Gerusalemme è saltata per aria".
In finale, Nirenstein, come si riavvia secondo lei il processo di pace?
"Le dò una sintesi: fino ad ora c'è stata un’esagerazione rispetto allo stato dei fatti. Israele è stato colpito duramente, per questo c'è preoccupazione. Ci vuole cautela e Obama dovrebbe chiedere garanzie anche ai palestinesi. Tutto poi deve passare attraverso un tavolo nel quale riprendere in mano i trattati, si sa già cosa può essere concesso o scambiato. I palestinesi devono rinunciare alla volontà di cacciare Israele e farlo. Contemporaneamente Israele deve cedere su quelle che Netanyahu ha definito ‘dolorose concessioni’".
18 marzo 2010