I nuovi insediamenti nei territori palestinesi, l'rritazione dell'alleato americano, l'embargo che da due anni perdura su Gaza: sintomi "evidenti" che "Israele la pace non la vuole proprio". Ismail Fawzi, figlio di profughi palestinesi rifugiatisi in Giordania dopo l'occupazione nel 1967 dei territori a Nord di Gerusalemme, porta cucita addosso la rabbia di chi ha dovuto scegliere una vita lontano dalla sua terra. "Magari potessi tornare in Palestina - dice - mio padre lì ha ancora la casa e la terra". Medico radiologo, residente a Cagliari da più di vent'anni, Fawzi è uno dei più attivi animatori dell'associazione Sardegna-Palestina che da anni porta avanti un difficile lavoro culturale di sensibilizzazione alla causa mediorientale.
Fawzi, vita in Italia ma con il cuore in Palestina.
"Sì, sono arrivato qui per studiare all'università e poi sono rimasto. I miei genitori e i miei fratelli vivono in Giordania. Ma non sono soli: lì ci sono 5 milioni di profughi palestinesi cacciati dalla loro terra".
Il diritto al ritorno dei palestinesi nelle loro terre: uno dei punti contesi.
"Esatto, come si può impedire ai palestinesi di ritornare a casa loro? Qualunque accordo di pace non può prescindere da questo".
A proposito di processo di pace, a Gerusalemme Est è salita la tensione: i palestinesi ricominciano a lanciare pietre.
"Io spero che sia l'inizio di una nuova Intifada, perché a Gerusalemme Est come in Cisgiordania e a Gaza la gente non ce la fa più a sostenere questa politica aggressiva e inumana che il governo israeliano sta portando avanti. Non dimentichiamo che i territori che i palestinesi rivendicano, compreso Gerusalemme Est, sono territori occupati e riconosciuti come tali dalla comunità internazionale".
Il premier israeliano Netanyahu annunciando 1600 nuovi alloggi ha voluto provocare?
"No, non è una provocazione perché quella degli insediamenti è una politica sistematica dei governi israeliani che si sono succeduti fino ad oggi. Penso che sia in atto e non da oggi una politica di pulizia etnica a Gerusalemme: Israele sta cercando di svuotare la città dai suoi abitanti palestinesi per fare in modo che alla fine rimangano solo gli ebrei. Sennò mi devono spiegare perché negli ultimi mesi hanno distrutto decine e decine di case senza nessun motivo.
Distruzione di case per costringere la gente ad andare via?
"Esatto. Un’operazione cominciata nel '67 - 42 anni - fa quando hanno demolito un quartiere intero della città, chiamato il quartiere dei Marocchini. Un quartiere antichissimo, risalente ai tempi delle crociate. Da lì in poi è stato tutto un crescendo. Stanno cambiando non solo la fisionomia della città, ma anche lasua demografia in barba alle risoluzioni delle Nazioni Unite, della Comunità europea e, ultimamente, anche dando uno schiaffo alla amministrazione americana di Obama".
Obama appunto. Gli Usa non hanno gradito, anche se poi si sono affrettati a smentire dissapori con Israele.
"Non mi meraviglia, perché le proteste statunitensi nei confronti di Israele sono sempre state di facciata, fatte per tenersi buoni i Paesi arabi moderati. Non dimentichiamo che dietro i nuovi insediamenti a Gerusalemme Est ci sono molte società americane che lì fanno affari. Il fatto è che gli Usa oggi non sono in grado di fare pressione su Israele. Quello che vorrebbero è che Israele stesse calmo per non rendere il clima ancora più teso, non solo in Palestina, ma nell’intera area mediorientale. Vorrebbero che la situazione, visti gli interessi in Iraq o in Afghanistan, non si complichi ulteriormente".
Il presidente Napolitano in visita in Siria ha condannato la politica israeliana degli insediamenti e ha lanciato un appello per la popolazione di Gaza.
"Sì infatti, una condanna importante anche se timida. Quello che è successo a Gerusalemme Est nei giorni scorsi è quello che in realtà succede sempre. Certo dopo le parole di Natanyahu la risposta è stata più massiccia perché la posta in gioco è maggiore: si concretizza il progetto di liberare Gerusalemme Est dai palestinesi. E poi nei piani israeliani c’è anche la distruzione della moschea di Al Aqsa per costruire un tempio ebraico, senza che ci sia nessuna prova storica o scientifica che quello sia veramente un luogo sacro. Ma mi sembra che si possa anche prescindere da questo".
Resta il fatto che Israele si era impegnato a non andare avanti con le costruzioni a Gerusalemme Est.
"Certo, ma non solo lì anche nel resto dei territori occupati come nella Cisgiordania. Israele continua a confiscare le terre dei palestinesi e a costruire nuovi insediamenti fregandosene di ogni impegno preso".
Israele comunque sta portando avanti una politica "muscolosa". E’ in rotta con il suo alleato nell'area, la Turchia, e adesso sfida gli Stati Uniti.
"Credo che la Turchia già da un po’ di tempo stia cercando di sganciarsi dall’alleato israeliano, la loro è un’alleanza militare strategica. Erdogan a Londra, parlando dell’Iran, ha detto che del resto anche Israele ha quattrocento testate nucleari e nessuno gli chiede né di fare un controllo, né una verifica: parole sono molto significative che danno la misura dell’allontamento della Turchia da Israele e dell’avvicinamento alla Siria e all’Iran. Questo crea una sorta di isolamento di Israele che, penso io, dovrebbe indurlo in qualche modo a cercare la via della pace con la Palestina".
Invece?
"Loro vanno allo scontro totale mettendo in campo una politica aggressiva e irresponsabile. Con quello che sta facendo questo governo di estrema destra con l’appoggio di tutta la nomenclatura politica, c’è il rischio di un'ulteriore destabilizzazione dell’intera area ed è per questo che Usa ed Europa provano, timidissimamente per la verità, a spingere Israele verso il dialogo. A Israele ovviamente non gliene frega niente perché è forte delle sue lobby sia in America che in Europa. Continenti che a loro volta hanno sopra la testa la spada di Damocle dell’accusa di antisemitismo. I politici europei hanno paura a criticare Israele anche se non sono d’accordo con una politica che mina i rapporti tra il mondo arabo e l’Europa. Un'Europa che, tra l'altro, sostiene israele anche militarmente".
Però è importante provarci: come si arriva ad un processo di pace?
"Siamo lontani anni luce e ci allontaniamo sempre di più. Le faccio un esempio banalissimo: i leader arabi cosiddetti moderati filo-americani, compreso il leader palestinese Abu Mazen, si stanno puntando a dire no alle trattative se Israele non interrompe subito le costruzioni. Si è capito cioè che Israele non ha nessuna intenzione di fare la pace perché con la costruzione del muro, il massacro a Gaza dell'anno scorso e l'embargo che affama da due anni la popolazione nella Striscia si è detto tutto. Un milione e mezzo di palestinesi, quasi la metà sono bambini, che vive praticamente recluso a Gaza. Attraverso la frontiera non passano nemmeno le medicine o gli aiuti alimentari dell'Onu".
Il leader dell'Anp, Abu Mazen, appare impotente.
"Attenzione che Abu Mazen nonostante sia moderatissimo e cerca in tutti i modi di ottenere qualcosa, ottiene solo uno schiaffo dietro l'altro. E così l'Egitto e gli altri Paesi moderati: tutti sono convinti che Israele non sia disponibile a trovare una via di mezzo e l'unica cosa che fanno è cercare di liquidare la questione palestinese con la loro arroganza.
Abu Mazen "moderato" e Hamas che muove le folle. I razzi sulle colonie non ostacolano il processo di pace?
"Quello è un tentativo di ribellione e difesa direi tutto sommato innocuo, rispetto alle forze israeliane in campo. E' un modo per dire che ci siamo anche noi. Senza i razzi, nessuno parlerebbe della Palestina e dell'occupazione che subisce da decenni. Quando cesserà l'occupazione cesseranno i razzi, mi sembra chiaro che si tratta di un tentativo disperato di rispondere ad un'aggressione. Senza parlare del fatto che si tratta di ordigni rudimentali di bassa potenzialità. Ma dalla fine della guerra a Gaza, cioè un anno, dalla Strisica non è stato sparato nessun razzo, eppure l'embargo non cessa. E poi si parla di un razzo e non si parla delle centinaia di case distrutte, delle famiglie in mezzo ad una strada, degli arresti, delle incursioni quotidiane dei militari israeliani, della fame e delle malattie. I palestinesi hanno il diritto di resistere: è un diritto dovuto a tutti i popoli oppressi che subiscono un'occupazione".
19 marzo 2010