I ministri Umberto Bossi e Roberto Calderoli
I ministri Umberto Bossi e Roberto Calderoli 

Economia

Bordignon: "Il federalismo può garantire una maggiore efficienza, ma non deve spaccare l'Italia"

di Maria Elena Pistuddi
Il dibattito sul federalismo fiscale torna prepotentemente alla ribalta nel nostro Paese. Complice il successo elettorale della Lega che da sempre ne ha fatto il suo cavallo di battaglia e che ora preme affinché venga realizzato nel concreto, potrebbe tradursi in realtà da qui a a qualche mese ovvero dopo l’approvazione di alcuni decreti attuativi della Legge delega 42/09. Al di là del percorso ad ostacoli che l’attende, c’è chi parla di una riforma che rivoluzionerà il sistema fiscale del Paese, che ridistribuirà le ricchezze in modo equo, che garantirà una minore pressione fiscale e servizi migliori ai cittadini. Ma è realmente così? Lo abbiamo chiesto a Massimo Bordignon, docente di Scienza delle Finanze all'Università La Cattolica di Milano e considerato uno dei massimi esperti sull'argomento.
Professore, il federalismo fiscale di cui si riparla tanto in questi giorni realizzerà quanto promesso?
“ll federalismo fiscale, nel senso di maggior autonomia e maggiori responsabilità,  fa sicuramente bene al paese perché implica maggiore efficienza nella spesa locale. Bisogna vedere come i principi contenuti nella legge delega verranno adesso interpretati e accolti nei decreti attuativi. Certo è che il Governo non può più perdere tempo. Non ha più alibi e dovrà accelerare con i tempi”.
La riforma mira a conferire maggiore autonomia, ma anche maggiori responsabilità agli Enti locali. In che modo?
"In realtà questo rapporto è già cambiato. Negli ultimi anni c'è già stato un rafforzamento dell'ente Regione grazie anche alle tante sentenze della Corte Costituzionale chiamata a pronunciarsi su tantissimi ricorsi. Ricorsi che  hanno portato ad un certo equilibro tra i due poteri. Il paradosso è che molte disposizioni costituzionali non sono mai state applicate. Ad esempio c'è una sentenza della Corte costituzionale del 2004 che dice che l'assunzione del personale docente nelle scuole è una competenza regionale. Di fatto questo non avviene".
E' previsto comunque un ulteriore rafforzamento delle competenze?
"Si occuperanno ad esempio di più di comuni e province. Se al momento i trasferimenti erariali alle città arrivano direttamente dallo Stato, in futuro arriveranno prima alle Regioni e poi ai comuni. Le Regioni potranno proporre anche dei trasferimenti diversi".
In particolare si vorrebbe concedere piena autonomia tributaria agli Enti locali. Come?
"In realtà, c'è una sorta di schizofrenia da parte del Governo. Da un lato si dice che bisogna dare più risorse tributarie agli Enti locali, poi si agisce in maniera contradditoria. Il ministro Tremonti ha abolito quello che era considerato il principale tributo locale, cioè l'Ici, determinando un vulnus che non è stato colmato. Non sono state date sufficienti risorse ai comuni per compensare l'abolizione dell'Ici e si è limitata di fatto l'autonomia dei comuni. Il Governo ha anche bloccato le addizionali, che potevano anche essere aumentate. Adesso è tutto fermo. Con questa riforma bisognerà sbloccare questa situazione".
Le Regioni dovrebbero gestire le proprie entrate ma anche le proprie spese. E' percorribile questa strada?
" La legge delega è ancora molto vaga. Tutto dipenderà, dunque, dai decreti attuativi. Ma la totale autonomia è un'aspirazione inattuabile. Certo, l'idea della Lega è che ogni Regione si finanzi da sé. Ma questo principio non è attuabile completamente. Se anche lasciassimo alla Calabria tutti i tributi non sarebbe in grado di finanziare i servizi essenziali, ad esempio la scuola o la sanità. Diverso sarebbe per le regioni del Nord. Dei livelli di redistribuzione dovranno dunque restare, per garantire alle regioni più povere i servizi essenziali. Di quanto e di che dimensione dipenderà appunto dalle scelte che verranno fatte nei prossimi mesi".
In questo modo si stabilisce però un migliore utilizzo delle risorse: meno sprechi, maggiore efficienza.
"Questa è certamente la strada più importante che il federalismo deve percorrere. Serve però che la gente venga educata a giudicare gli amministratori sulla base di quello che fanno. E perché questo sia possibile bisogna dare a questi autonomia in termini di entrata o di spesa. Serve una maggiore coscienza del meccanismo "Io pago le tasse e se non fai bene ti rimando a casa". Ma in molti territori non avviene, perché il danaro arriva da fuori. L'amministratore locale può anche decidere nuove assunzioni, garantirsi dunque il favore dell'elettorato, ma tutto con denaro che arriva dall'esterno". 
Gli amministratori locali avranno maggiori responsabilità. Ma in che modo verranno "sanzionati"?
"Nella Legge delega è previsto il fallimento politico, l'ineleggibilità. Se un amministratore pubblico non rispetta i vincoli di bilancio non viene eletto, viene commissariato. Bisogna vedere se poi tutto questo si tradurrà nei fatti. Se una Regione viene commissariata, il presidente della Regione non può diventare il commissario. Attualmente non esiste una "punizione", ma anzi i responsabili del dissesto vengono premiati".

Parliamo di vantaggi per i cittadini. E' vero quanto sostiene la Lega che con il federalismo fiscale si pagheranno meno tasse?
"Il discorso fatto da Bossi e compagni si basa sull'assunto che ciascuno deve tenersi i soldi che produce. Se le regioni del Nord, che oggi attraverso il bilancio statale trasferiscono il 5% del pil prodotto alle regioni del centro sud, tenessero tutto per sé è ovvio che starebbero meglio. Ma se questa autonomia dovesse realizzarsi completamente si spaccherebbe il Paese. E' vero che al nord si produce di più e meglio ma lo lo sviluppo del sud è un problema nazionale".

Federalismo e sanità, un binomio imprescindibile. In che modo la riforma garantirà una migliore qualità dei servizi?
"Premesso che la nostra sanità, a differenza di quello che si racconta in giro, è una delle migliori del mondo, il problema è che a parità di risorse spese la qualità dei servizi offerti al centrosud è molto inferiore rispetto a quelli offerti nel nord del Paese".
Il principio della responsabilità potrà dunque favorire una maggiore efficienza.
"Anche qui servono le sanzioni se vogliamo che il federalismo funzioni. E' comunque importante che i cittadini vengano adeguatamente informati sui costi della sanità in modo da essere in grado di controllare più efficacemente i propri amministratori e decidere eventualmente di "punirli" non votandoli alla successiva tornata elettorale. I cittadini dovrebbero sapere quanti soldi vengono dati alle Regioni, quanto costa un parto ecc". 
Esiste un modello ideale di federalismo? Il ministro Zaia esalta quello catalano.
" C'è un elemento nel modello spagnolo che non è stato recepito nella legge delega 42/09 e che io apprezzo al di là di qualche peculiarità negativa. Si basa in sostanza sul principio che le Regioni devono meritarsi/guadagnarsi l'autonomia e questo dopo aver dimostrato di esser capaci di gestire al meglio le proprie finanze. Così, anche da noi, alcune Regioni, le più virtuose, potrebbero fare da apripista. L'idea di fondo della nostra Costituzione e della legge delega sul federalismo fiscale si basa invece sul principio "tutti insieme appassionatamente". Tutti svolgono le stesse funzioni, tutti ricevono gli stessi soldi. L'autonomia dovrebbe essere poi anche reversibile. Se non fai bene ti vien tolta. Questa è la logica prevista nel modello spagnolo. Insomma, un federalismo differenziato o a velocità variabile all'interno di una cornice ben definita. Non il paese arlecchino dove ognuno fa quello che gli pare".
 
01 aprile 2010
 
 
 
 
  
 

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