Anche a Piazza Affari è tornato l'ottimismo
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Economia

In Borsa torna il sorriso, ma l'esperto avverte: "Il 2010 sarà comunque un anno turbolento"

di Maria Elena Pistuddi
I timori per il cattivo stato di salute dei conti pubblici spagnoli e portoghesi sembra abbiano lasciato spazio all'ottimismo, almeno per ora. Dopo una settimana difficile, con le Borse che hanno bruciato in soli tre giorni quasi 220 miliardi - solo Wall Street ha recuperato venerdì confortata dai dati sulla disoccupazione - i listini del Vecchio Continente aprono tutti in positivo. La stabilità dei mercati resta comunque una chimera, in considerazione di diversi fattori. "Il 2010 per le Borse sarà un anno turbolento" - spiega a Tiscali Notizie Francesco Carlà, uno dei maggiori esperti di finanza e borsa italiani nonché ideatore e presidente del sito Finanzaworld.  
Carlà, quali fattori stanno agendo sui mercati? Perché tutta questa volatilità?
"Le cause sono sostanzialmente tre: da un lato gli investitori cercano di non disperdere i profitti accumulati nel 2009, quando cioè le Borse sono salite tantissimo, e pertanto la loro propensione a vendere è molto forte. Poi ci sono i problemi degli Stati sovrani (Spagna, Portogallo e Grecia) che innescano un sentiment negativo. A questo si aggiunge un altro fatto importante: proprio in questi giorni vengono pubblicati i dati trimestrali delle grosse aziende europee e americane  e i mercati reagiscono in positivo o in negativo a seconda di questi dati".
Quanto sta accadendo in Spagna, Portogallo e Grecia può dunque provocare un effetto domino sui mercati?
"Lato borse le ripercussioni certamente ci sono e le abbiamo viste. Ma questo è ormai un problema di sistema. La Borsa è globalizzata, pertanto quello che succede in Spagna coinvolge anche gli Usa e il Giappone. Ecco perché il fallimento della Banca d'affari statunitense, Lehman Brothers, ha rischiato di farci finire tutti in mutande".
C'è però da dire che il presidente dell’Eurogruppo, Junker, ha assicurato che la stabilità dei Paesi dell’Eurozona non è in pericolo
"Le dichiarazioni di Junker erano abbastanza scontate. Del resto il ruolo di questi personaggi è di gettare acqua sul fuoco. Ma è come chiedere ad un macellaio se la carne è buona. E infatti sui mercati, nei giorni scorsi, quelle dichiarazioni non hanno avuto nessun effetto".
Dunque, che tipo di analisi occorre fare?
"Il punto è che bisogna guardare a questioni più specifiche. Chiedersi se i Paesi hanno realmente dei problemi. E le difficoltà ci sono: quando è scoppiata la crisi i governi hanno dovuto iniettare tanti soldi per affrontarla e si sono indebitati. E’ vero che si è evitata la bancarotta, ma comunque quei soldi dovranno esser restituiti. Lo scenario non è allegrissimo: è sostenibile solo se l’economia si riprende, se si passa da una fase di recessione ad una di crescita. E i Paesi come Spagna, Portogallo e Grecia dovranno fare grossi sacrifici per rientrare entro il 3%del pil con il disavanzo. Chiedere sacrifici ai cittadini implica non farsi votare, dunque si tratta di un problema politico."
Tra l’altro non sembra si vogliano fare deroghe al Patto di stabilità, almeno per ora
"Sì, al contempo l’unione monetaria non contempla un’"exit strategy” per i Paesi che non rispettano i suoi parametri riguardo il disavanzo pubblico. Ed è anche per questo che i mercati perdono la fiducia. Il paradosso è che se il rapporto del 3% tra deficit e pil non viene rispettato, gli stati sovrani non vengono comunque cacciati dall'euro".
Perché non esiste un’exit strategy dall’euro, ci spieghi meglio?
"Non esiste perché una cosa sarebbe buttar fuori dall’euro la Grecia, un altro la Germania, la Francia e l’Italia. E’ ovvio che in questi ultimi casi si avrebbero conseguenze per tutti gli altri Paesi dell’Eurozona. Diverso, ad esempio, è il caso della California".
In che senso?
"Se la California va in bancarotta, come sta succedendo, arriva in soccorso Washington (non essendo la California uno stato sovrano). Con i Paesi all’interno dell’euro questo non succede".

Torniamo ai paesi nell’occhio del ciclone: cominciamo con la Spagna
"La Spagna è cresciuta tantissimo in questi anni sull’onda di una forte bolla immobiliare. Hanno costruito tantissimo, si sono concentrati sull’edilizia e l’hanno finanziata con sistemi simili a quelli americani (mutui subprime). Il punto è che adesso molto è rimasto invenduto. Hanno sì grossi patrimoni, ma manca la liquidità. E il patrimonio si svaluta. Non si vende perché non ci sono soldi. L’altro dato tremendo è la disoccupazione, al 25%. E molti dei disoccupati erano impiegati del settore edilizio. Gli stipendi sono bloccati, non si spende e dunque l’economia si ferma. La Spagna ha solo il vantaggio di non avere un debito pubblico esagerato come quello italiano".
Che ci dice del Portogallo e della Grecia?
"La situazione portoghese è simile a quella spagnola per gli effetti della bolla immobiliare. Aggravata dal fatto che è andata male un’asta di buoni del tesoro. Vuol dire che non hanno venduto i titoli del debito pubblico. La Grecia ha il deficit di bilancio e il debito pubblico più alti dell'eurozona e la disoccupazione sfiora il 10%."
Si rischia un tracollo come quello argentino?
"Assolutamente no. Nel senso che l’Argentina non fa parte di un pool monetario come l’euro. Se lo Stato non paga è come quando è fallita Parmalat: i problemi sono di chi ha comprato i bond. Se vanno male i conti di Spagna, Portogallo e Grecia è un problema monetario per l’euro e politico per l’Unione europea. L’Argentina i problemi ce li ha con i creditori. Stessa cosa è successa a Dubai".
Passiamo all’Italia. In che modo questa nuova bufera dei mercati può interessarci?
"Dal punto di vista della Borsa è inevitabile che tutti i Paesi ne restino coinvolti. Ma questo è un problema, come abbiamo già detto, di sistema".
E per la nostra economia in generale, si prevedono ripercussioni?
"Ci sono due aspetti da considerare: uno positivo e l’altro negativo. Il primo è che l’Italia ha la fortuna di avere uno dei più alti tassi di risparmio familiari (siamo secondi solo al Giappone). Il sistema finanziario anche in periodo di crisi ha valutato il nostro Paese non solo in base all’indebitamento dello Stato ma considerando complessivamente il debito pubblico e quello privato. I nostri Governi negli ultimi 30 anni si sono indebitati per sostenere le famiglie (più pensioni, più cassa integrazione). Diversamente ad esempio da quanto è accaduto in Inghilterra e negli Usa. Questo è anche il motivo per cui l’Italia non è stata inserita nella lista nera dei Paesi a rischio: su di noi è stato dato un giudizio complessivo".
L’aspetto negativo?
"Abbiamo una crescita anemica. Da quindici venti anni cresciamo sì stabilmente ma meno dei partner come Francia e Germania. E sarà così anche nel 2010. Per questo dovremo aspettarci tassi di disoccupazione alti e ancora un forte ricorso alla cassa integrazione. Questi aspetti potrebbero incidere sulla relativa solidità di questi anni. Non siamo dunque messi benissimo".
Parliamo delle aspettative nel breve
"Credo non dovremmo attenderci grossi terremoti. La crisi dei Paesi mediterranei verrà gestita all’interno della Bce. In più, nessuna di queste crisi è in grado di produrre un problema sistemico a breve. Il problema potrebbe porsi al limite se la crescita economica americana risultasse anemica. In tal caso si potrebbe delineare anche uno scenario simile a quello del 1929: le Borse dopo il tracollo reagirono pensando che si trattasse di una recessione momentanea e la delusione provata innescò invece una grande depressione nei mercati".
Uno scenario piuttosto catastrofico, dunque?
"In realtà io non credo al cosiddetto “double dip (doppio colpo)”. Probabilmente usciremo dalla crisi trainati dall’Asia. Non so se l’Europa saprà accodarsi, di sicuro lo faranno Francia e Germania. Magari anche l’Italia".
In definitiva, che 2010 sarà per i mercati?
"Sarà sicuramente un anno turbolento e volatile per le Borse, che non faranno che far squillare campanelli ogni volta che ci sarà una crisi tipo quella spagnola, portoghese o greca. Insomma piena volatilità in base alle notizie positive o negative che circoleranno. Stessa cosa per l’euro. Ogni problema all’interno di Eurozona avrà immediate ripercussioni sulla moneta unica. Come è successo negli ultimi mesi nei quali si è fortemente indebolita a vantaggio del dollaro, che resta una moneta rifugio. Tutte le volte che avremo brutte notizie da Spagna Portogallo e Grecia a guadagnarci sarà dunque il dollaro".
Insomma, un anno turbolento
"Sì, tra l’altro l’auspicio è che i tassi di interesse restino bassi e che non si crei troppa inflazione. In caso contrario per il debito pubblico dei Paesi sarebbero davvero guai".
 
08 febbraio 2010
 
 
 
  
 

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