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Processo Mori, il Pm: i Ros non vollero catturare Provenzano in nome della trattativa Stato-Mafia

Nessuna difficoltà tecnica. Dietro la mancata cattura del boss Bernardo Provenzano ci sarebbe stata una strategia ben precisa dei carabinieri del Ros fatta di "omissioni plurime", di inerzia investigativa. Perché il padrino di Corleone doveva restare libero in nome della trattativa che la mafia strinse con pezzi dello Stato dopo la strage di Capaci. Provenzano, dunque, non si prese per anni, perché i carabinieri non volevano prenderlo. Il pm Nino Di Matteo lo ribadisce ancora una volta ai giudici palermitani che proprio per la mancata cattura del capomafia processano due ex vertici del raggruppamento speciale, il generale Mario Mori e il colonnello Mauro Obinu.
Non si volle catturare Provenzano - Arrivati a un passo da padrino, nell'ottobre del 1995, grazie al confidente Luigi Ilardo, non intervennero, consentendo al boss di protrarre la latitanza fino al 2006. E non, sostiene il magistrato nella terza udienza dedicata alla requisitoria, per esigenze investigative o difficoltà tecniche, ma per una scelta precisa. La stessa che avrebbe portato il Ros a lasciarsi sfuggire un altro mafioso d'hoc, il catanese Nitto Santapaola. Stesso copione, secondo l'accusa, andato in scena per il mancato blitz di Mezzoiuso per il quale Mori e Subranni sono finiti sotto processo.
Ad aprile del 1994 ad un passo dal Santapaola - I carabinieri ne registrarono la voce, grazie a una microspia. Sapevano che si nascondeva nelle zona di Barcellona Pozzo di Gotto. Ascoltando le sue conversazioni seppero anche che di lì a poco si sarebbe spostato in bici. "Quale migliore occasione per catturarlo?", si chiede il pm.E invece, Mori fu avvertito, ma nessuno entrò in azione. Anzi, secondo la ricostruzione di Di Matteo, due uomini del Ros, il capitano Ultimo, l'ufficiale che prese Totò Riina e il braccio destro di Mori, Giuseppe De Donno, avrebbero dolosamente organizzato. Anche l'episodio che riguarda Santapaola, mafioso di fede provenzaniana, rientrerebbe in una trama più complessa, quella della trattativa per cui la Procura ha ottenuto il rinvio a giudizio, in un procedimento separato, dello stesso Mori, di De Donno, di capimafia, pentiti, di Massimo Ciancimino e di una serie di politici tra i quali l'ex ministro Calogero Mannino.
I timori di Mannino - Ed è di Mannino che il pm ha parlato nell'ultima parte del suo intervento, ricostruendo i timori del potente politico dc dopo l'omicidio dell'eurodeputato Salvo Lima che inaugurò la strategia stragista finalizzata a destabilizzare lo Stato. Mannino, certo di essere nel mirino della mafia - più allarmi erano stati lanciati in questo senso in diverse sedi istituzionali - avrebbe contattato l'allora capo del Ros Antonio Subranni (altro imputato nel processo sulla trattativa). Da lì sarebbero partiti i contatti del Ros con Vito Ciancimino, ex sindaco palermitano legato a filo doppio a Provenzano. Allora lo Stato avrebbe stretto il patto con Cosa nostra. 
30 aprile 2013
Redazione Tiscali
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