Alberto Masala: l'Iraq svelato in versi oltre l'informazione "embedded"

di Cristiano Sanna
"Vado a Baghdad" scriveva qualche settimana fa sul suo blog Alberto Masala. Intellettuale, poeta, agitatore culturale con un'anima dichiaratamente anarchica, Masala è stato tradotto in Francia, Germania, Ungheria, Albania, Stati Uniti, Spagna. La sua pardonanza delle lingue gli permette di tessere i suoi versi in italiano, sardo, francese, spagnolo. Negli Usa ha avuto notevole eco il suo scritto The Executioner's House, lettera aperta sulla guerra indirizzata a George W. Bush. Masala a lungo ha praticato esclusivamente le strade dell'oralità, di recente una sua raccolta di scritti è stata pubblicata dal Maestrale con il titolo Alfabeto di strade. "Vado a Baghdad", dunque. Masala è appena tornato dalla capitale irachena e da Bassora, dove, invitato dal ministero locale della Cultura, è stato tra gli animatori del festival nazionale di poesia, insieme ad autori di versi provenienti da tutto il mondo. In versi è stato raccontato un Iraq ancora tutto da svelare, prigioniero com'è di luoghi comuni televisivi e di molte cattive mediazioni attraverso le quali si è costruita la percezione che noi occidentali abbiamo dell'ex Paese governato da Saddam Hussein.
Alberto, come è stato questo incontro di testimonianze in poesia nel teatro dell'Iraq ancora segnato dalla guerra?
"La poesia è il canto dell'essenza, sempre. A condizione che la comunicazione di cui è facitore il poeta sia forte, immediata e sostanziale. Con la forma si attrae il pubblico, dando sostanza a quello che è un continuo trasporto di senso fra chi parla e chi ascolta. Tutto questo in Iraq racconta il dramma di un Paese invaso da noi occidentali, in cui la libertà è paradossalmente molto più limitata che ai tempi di Saddam. Nella capitale irachena esistono 1400 checkpoint. Solo dall'accesso all'aeroporto fino all'ingresso nel portellone dell'aereo che mi riportava a casa sono stato fermato 14 volte. Ogni volta per riaprire i bagagli, togliere alcuni vestiti, essere perquisito. Trasportiamo questa esperienza di vita quotidianamente nei panni di un iracheno qualsiasi, tra palazzi ingrigiti e sventrati da colpi di armi pesanti. I versi che restituivano questa continua costrizione sono stati un bagno di realtà rispetto all'immagine esotica, stereotipata, da Club Mediterranée, che i nostri media ci danno dell'Iraq".
Nell'esperienza poetica condivisa con autori di altri Paesi tornavano temi comuni?
"Senz'altro quello della morte, di una morte ancora più orrenda perché arriva come decisione di un potere altissimo, distante, indifferente alla quotidianità della gente comune. Che è gente straordinariamente affabile e spesso colta. Ho conosciuto intellettuali ridotti alla fame dalle conseguenze della guerra voluta da noi. Gli iracheni hanno un ricco patrimonio poetico, letterario e filosofico. Anche nell'esercizio del dissenso rispetto al potere. Hanno filtrato con la loro sensibilità movimenti artistici come il surrealismo e l'ermetismo. Nonostante i danni che facciamo a casa loro non hanno nei confronti del nostro sistema di vita un'ostilità maggiore di molti occidentali che non si riconoscono in esso. Trattare quella gente come cammellieri ignoranti pervasi da odio antioccidentale significa voler ridurre la complessità di un popolo ai minimi termini, funzionale alle nostre smanie di conquista. E non offrire alla gente alcuna vera informazione su un Iraq che sembra lontanissimo, quando in realtà con poco più di due ore di aereo si atterra a Baghdad".
Insomma la poesia restituisce voce e dignità ai vinti.
"Sì, sempre ammesso che li si possa definire così. Certo non possiamo chiedere agli americani di raccontarci la realtà dell'Iraq, come non possiamo chiedere ai turchi di descriverci l'Armenia. Negli anni Sessanta e nei primi Settanta L'Urlo di Ginsberg e dei beat divenne canto comune, aprì uno sguardo alternativo all'informazione di potere sul disagio giovanile e la violenza colonialista occidentale nei confronti di altre zone del pianeta. Perchè dava, in forma lirica, voce alla gente comune. Che è uguale dappertutto, in Italia come negli Usa e in Iraq. Prova ne siano le interessanti conversazioni che ho avuto con i poliziotti che ci controllavano costantemente. Ragazzi strappati ai loro sogni, ai loro progetti, dallo stravolgimento di una realtà che li ha precipitati in una sorta di terra di nessuno".
Se la poesia va all'essenza delle cose, come si fa a riavvicinarla al pubblico? In televisione non ce n'è traccia.
"Per me la televisione è Narciso ed io, per scelta, non lavoro con Narciso. La poesia c'è, vive, respira e parla di quest'ansia di liberazione, di verità, di vera scoperta del mondo, che è propria dell'essere umano. Restituisce questa tensione. Se non va in tv non credo sia un dramma. Anni di cattiva gestione della cultura hanno distrutto l'idea del valore della poesia. Che sopravvive in certe zone più legate ad un'oralità antica, come è la mia Sardegna, ad esempio. O laddove la tensione sociale diviene anche laboratorio multietnico, e in cui il verso rinasce in forma di improvvisazione rap. Sono luoghi in cui non si è persa la memoria del fatto che un poeta canta perché incaricato da una comunità. Non da un padrone. Oggi solo questo si sente troppo spesso: la voce del padrone".
14 maggio 2010
 
 
 
  
  
La Carta dello Studente

A scuola con lo sconto

La Carta dello Studente
Grazie al MIUR, sconti per gli studenti su libri tecnologia telefonia e tanto altro. Scoprili!

Segui Tiscali su:

Comunica con i servizi Tiscali:

Informati con Tiscali:

Cerca le aziende e servizi della tua città

Sei a:
Cerca:
 
Le rubriche

Né di qua né di là

Le rubriche
Importanti firme commentano i principali fatti di cronaca, economia, società e ambiente

Incontra online milioni di single!

Sono:
Dove:
Età:       
© Tiscali Italia S.p.A. 2012  P.IVA 02508100928 | Dati Sociali