Lo psicologo Baranello: "Omicidi in famiglia? Dipendono dalla gestione del potere"

di Antonella Loi
A Volta Mantovana un uomo uccide la ex moglie, una vicina di casa e un altro uomo, a Nuoro a morire sono per mano del fratello una donna e il marito di lei, mentre a Udine una donna viene uccisa strangolata ancora una volta dall'uomo che aveva sposato. Questo solo negli ultimi due giorni. Le cronache grondano di delitti familiari, mentre le statistiche pubblicate dall'Associazione avvocati matrimonialisti dice che in Italia ogni due giorni avviene un omicidio tra le mura domestiche sparando il nostro Paese al vertice della classifica europea. Di questi fatti e delle loro cause abbiamo parlato con Marco Baranello, psicologo, fondatore della psicologia emotocognitiva e direttore scientifico dei Centri di terapia psicologica.
Dottor Baranello, la famiglia uccide più della criminalità organizzata.
"Bisogna aprire una parentesi perché le statistiche vengono utilizzate spesso dai media per fare la notizia oppure vengono utilizzate da alcuni enti per fare divulgazione sulle proprie azioni. Da un punto di vista psicologico possiamo dire che il fenomeno è sempre esistito. Soltanto che minore è l'attenzione dell'opinione pubblica, minore è la diffusione mediatica minore è il fenomeno. Ad esempio ci sono fenomeni che lei non conosce ma che esistono e quando salgono agli onori delle cronache appaiono più diffusi e gravi".
Sì, però i dati danno il fenomeno in aumento.
"Sì, questo è un fenomeno che nasce da convinzioni di tipo sociale. E teniamo conto del fatto che l'Italia è un Paese diviso in feudi perché veniamo da una cultura simile a quella giapponese. Più il feudo è piccolo e più le tensioni che si sviluppano all'interno dei contesti sono alte. Noi viviamo oggi in un contesto di iperstimolazione per il quale tutti pensano che ci possa essere un'idea perfezionista rispetto al rapporto familiare, al rapporto di coppia, al rapporto con i figli. Quindi nel momento stesso in cui il soggetto, e stiamo parlando non di soggetti malati ma di soggetti sani, che si trovano costretti in un sistema dove non hanno più potere, in seguito ad una specie di privazione del proprio potere decisionale ovvero dell'essere artefici della propria esperienza, sentono di perdere la capacità di condizionare il proprio sistema sociale, familiare, o di coppia o culturale".
Alla base sta la perdita del potere?
"Sì perché questo genera in tutti i soggetti uno stato di enorme tensione che è di tipo 'muscolare'. Se il soggetto lo associa a qualche causa in particolare, ad esempio associa il malessere al fatto che il sindaco mi nega il lavoro, questa associazione arbitraria porterà a pensare che eliminando il sindaco eliminerei il problema. Processo identico avviene all'interno della famiglia. Una madre che uccide il proprio figlio che piange sempre ha una tensione così forte in un certo momento, il cosiddetto raptus, da non riuscire a gestirla e tenderà a sviluppare un comportamento che porti all'eliminazione del problema o di quello che si identifica come tale. Si crea cioè l'impossibilità di scaricare diversamente la tensione".
Gli omicidi in famiglia spesso avvengono in seguito a separazioni tra i coniugi con contrasti sui beni o sull'affidamento dei figli. Anche questo ha a che fare con la gestione del potere?
"Nel caso dei coniugi che si separano, avviene che solo uno dei due decide, perché porta davanti al giudice argomentazioni più forti. Al limite possono essere consenzienti, però in genere uno dei due subisce la decisione del coniuge. Quindi uno subisce un blocco reale delle proprie aspettative e prospettive per il futuro. Se io blocco una prospettiva dell'altro, l'altro di conseguenza vede deluse le proprie aspettative. Crea cioè delle contratture - sto parlando da tecnico - che si riversano nel corpo al livello muscolare. Tensioni che vanno risolte e che vengono associate nelle corteccie cerebrali a determinati aspetti simbolici, quindi il divorzio, la separazione e così via. E spesso questo è dovuto anche alle errate convinzioni che vengono trasmesse, ad esempio, attraverso i mezzi di informazione o a causa della cultura dominante. Si pensi all'"effetto Werter": quando uscì il romanzo I dolori del giovane Werter, si registrò un aumento dei suicidi. Lo stesso avviene per gli omicidi: più i media ne parlano, più saranno gli omicidi".
In sostanza si tratta di un effetto emulazione?
"E' un effetto che noi chiamaiamo 'emotocognitiva' perché quello è fondante del nostro modello teorico, cioè una rappresentazione di quello che la persona non riesce a rappresentarsi. Come se una persona ha una tensione che non sa da dove derivi e l'informazione, la comunicazione, gli suggerisce da dove potrebbe derivare. Pensiamo alle frustrazioni sessuali che spesso derivano dal fatto che i media ne parlano moltissimo: si ha cioè un aumento delle frustrazioni perché le persone credono che sia quello il loro male. Questa scoperta per noi è stata importante perché ha dimostrato che certi interventi nel sociale, ad esempio per la prevenzione della droga, parlando di droga, o dei problemi sessuali, parlando di sessualità, in realtà incentivino proprio quel fenomeno".
Così anche per gli omicidi in famiglia?
"Compresi gli omicidi in famiglia: la nostra è una società nella quale esiste un giornale che si chiama Famiglia cristiana, non a caso il concetto stesso deriva dalla cultura cattolica e la Chiesa infatti focalizza molto sul concetto di famiglia. In un simile contesto, ovviamente, tutto quello che è frustrazione può essere associato alla famiglia. Ed ecco spiegato il fenomeno dei delitti all'interno del sistema familiare".
Il fatto che molto spesso le vittime siano le donne, mogli, fidanzate o relative ex come lo possiamo analizzare?
"Dipende sempre dalla gestione del potere. Possiamo dire che il maschio in questa società viene deprivato del suo ruolo maschile classico, analisi abbastanza facile. Ma noi viviamo in un mondo tipo la fiction Sex and the city, tutto al femminile, dove le donne rivestono un potere forte perché sono tutelate. Se lei pensa allo stalking, come viene raffigurato, sembra un reato subito solo dalle donne, ma non è così. Gli uomini lo subiscono moltissimo ma non lo denunciano".
Perché?
"Per quello che dicevamo prima: per un maschio subire ad esempio lo stalking, significherebbe apparire stupido o poco potente. Inaccettabile all'interno di una società fallocentrica. E poi in generale gli uomini sarebbero meno tutelati delle donne.  Facciamo l'esempio dei divorzi: le donne che vogliono divorziare hanno tutto il potere. Ci sono morti civili di uomini che dopo il divorzio perdono tutto a favore delle donne, figli, casa, stipendio. E dall'altra donne che potendo ottenere tutto ciò sono quindi molto tutelate. Ma spesso abbiamo donne che appositamente lasciano il lavoro e si scrivono all'università per togliere tutto agli uomini. Questo è possibile perché viviamo in una società che focalizza l'attenzione su un'ideologia secondo cui la donna deve avere un rapporto più stretto con i figli. Questo porta il maschio ad una frustrazione enorme e a volte di terrore rispetto alla donna. Per cui l'unico potere che ha, tra virgolette, è quello fisico".
La spiegazione sta tutta nella nostra cultura?
"Certo, tutto distorto per false convinzioni che derivano dal nostro sistema culturale, poi distorto da una cattiva informazione culturale. Si immagini la subcultura del feudo nel quale il divorzio non è accettato, che si scontra con le leggi del Paese che invece consentono il divorzio: immagini la frustrazione che deriva da questo. L'informazione è fondamentale per alimentare o arginare un conflitto. Veda per esempio quello che è successo con la pillola abortiva, tutta l'attenzione mediatica data all'uso del farmaco, alla fine, nonostante la legge lo consenta, non verrà usata o chi la userà lo farà di nascosto".
Come si ricompone quindi il conflitto?
"Noi abbiamo suggerito che avvenga una rieducazione funzionale all'interno di tutto il Paese, nella comunità globale. Si tenga conto del fatto che non stiamo parlando di malattie mentali, ma di persone che fino al compimento del gesto sono sane. Per dire che ci vorrebbe un sistema di rieducazione che punti alle nuove generazioni, perché questa ormai è morta. Secondo me la strada da seguire è quindi quella dell'educazione psicologica al funzionamento dell'organismo e quindi della mente. Ma forse così crollerebbe anche la psicopatologia ufficiale e la concezione stessa di malattia mentale. E le lobby dubito che lo permetterebbero".
26 aprile 2010
 
 
 
  
La Carta dello Studente

A scuola con lo sconto

La Carta dello Studente
Grazie al MIUR, sconti per gli studenti su libri tecnologia telefonia e tanto altro. Scoprili!

Segui Tiscali su:

Comunica con i servizi Tiscali:

Informati con Tiscali:

Cerca le aziende e servizi della tua città

Sei a:
Cerca:
 
Le rubriche

Né di qua né di là

Le rubriche
Importanti firme commentano i principali fatti di cronaca, economia, società e ambiente

Incontra online milioni di single!

Sono:
Dove:
Età:       
© Tiscali Italia S.p.A. 2012  P.IVA 02508100928 | Dati Sociali