Riprende il processo, davanti ai giudici della III Corte d'Assise del tribunale di Roma presieduta da Evelina Canale, giudice a latere Paolo Colella, a carico di Raniero Busco, fidanzato all'epoca dei fatti con Simonetta Cesaroni. La ragazza trovata morta il 7 agosto del 1990 nel palazzo di via Poma, a Roma, di cui era portiere
Pietrino Vanacore, suicidatosi martedì scorso. Il processo a Busco è iniziato il 3 febbraio scorso nell'aula bunker di Rebibbia.
Quarta udienza: il Pm mostra il mazzo di chiavi sequestrato - Quarta udienza a Roma per il delitto di via Poma che vede imputato Raniero Busco, ex fidanzato della vittima.
Pietrino Vanacore, l’uomo ritrovato cadavere dopo quello che sembra un suicidio, fu il primo ad entrare nell'appartamento di via Poma dopo l'omicidio di Simonetta, il cui corpo si trovava ancora lì dentro. E' quanto ha sostenuto il pm Ilaria Calò. Nel corso dell'udienza, giunta a due giorni dal suicidio di Vanacore che avrebbe dovuto testimoniare, il magistrato ha mostrato il mazzo di chiavi, con il nastrino giallo, che furono poi sequestrate nella portineria alla moglie di Vanacore, Giuseppa De Luca. "Le chiavi sono uno snodo fondamentale in questa inchiesta - ha detto il pm - Vanacore entrò per primo negli uffici dell'associazione Ostelli della Gioventù al terzo piano, trovando la porta socchiusa. Individuò il corpo senza vita della Cesaroni nella stanza del direttore, Corrado Carboni".
Il pm poi prosegue affermando che Vanacore "pensando ad un incontro clandestino" della Cesaroni, effettua tre telefonate al presidente degli Ostelli della Gioventù, Francesco Caracciolo, al direttore Corrado Carboni e al capo di Simonetta, Salvatore Volponi. Vanacore, poi, secondo la ricostruzione del pm, "non allerta la polizia, prende le chiavi con il nastro giallo, che erano quelle di riserva per accedere agli uffici ed appese ad un chiodo dietro la porta, e va via chiudendo l'ingresso". Vanacore, però, dimenticò nell'appartamento una agendina rossa con la scritta "Lavazza", che venne poi, circa un mese dopo, restituita dalla polizia alla famiglia della Cesaroni pensando che fosse un oggetto personale di Simonetta. La famiglia della ragazza non riconobbe l'agenda tra gli oggetti di proprietà della ragazza e la restituì alla polizia.
L'atteggiamento anomalo di Vanacore - "La Corte, pur profondamente rattristata per la tragica morte di Pietro Vanacore, non può rinunciare a sentire i suoi familiari, Gisuppe De Luca e il figlio Mario. Ciò avverrà nella fase finale del dibattimento", ha affermato il presidente della III sezione della Corte d'assise, Evelina Canale. "Gli atteggiamenti anomali di Pietro Vanacore e di sua moglie hanno contribuito a depistare le indagini per 20 anni". Così il pm Ilaria Calò in aula dopo avere ricostruito e descritto il comportamento anomalo del portiere, suicidatosi due giorni fa. "Entrò nella stanza per primo dove c'era il cadavere, fece due telefonate, non avvertì la polizia -ha detto il pm- tutto ciò spiega anche il comportamento anomalo della moglie ovvero la riluttanza nel non dare le chiavi alla polizia, l'agitazione di Volponi che era stato informato da Vanacore, spiega le menzogne di Caracciolo anche lui informato. Queste persone dovranno chiarire in aula".
La testimonianza di Volponi - In aula oggi c’è stata anche la testimonianza di Luca Volponi, figlio del capo della Cesaroni. "Ricordo ancora quell'urlo di Paola, la sorella di Simonetta, quando vide il corpo senza vita", ha detto nell'Aula bunker di Rebibbia il figlio del capo di Simonetta Cesaroni (Salvatore) che ha ricostruito il momento in cui trovarono il cadavere della ragazza, straziata da 29 coltellate, la sera del 7 agosto 1990. "Di quella sera ricordo che rientrai a casa intorno alle nove - ha raccontato Volponi - Mio padre mi chiese di accompagnarlo a cercare Simonetta" di cui non si avevano notizie da alcune ore.
Trovata un’altra lettera di Vanacore - "Senza nessuna colpa, né mia né della mia famiglia, ci hanno distrutti nel morale, nell'immagine e tutto il resto. Lo porteranno sulla coscienza": queste le ultime parole scritte da Pietro Vanacore, in corsivo, su un foglio nascosto sotto uno dei biglietti, entrambi in stampatello, che l'ex portiere dello stabile di via Poma, nel quale fu uccisa Simonetta Cesaroni, aveva lasciato nella sua auto prima di uccidersi lo scorso 9 marzo a Torre Ovo di Torricella (Taranto). Di questo particolare, finora inedito, parla il settimanale tarantino Wemag in edicola oggi, che mostra anche una foto nella quale si intravede lo scritto di Vanacore.
La lettera - scrive il periodico - era sfuggita ai pochi presenti prima che la vecchia Citroen Ax dell'ex portiere dello stabile di via Poma venisse rimossa. Finora si aveva notizia soltanto degli altri due scritti - di analogo tenore - recuperati dagli investigatori: "20 anni perseguitati senza nessuna colpa" e "20 anni di sofferenza e sospetti portano al suicidio".
12 marzo 2010