Una manifestazione dei lavoratori e delle lavoratrici dell'Alcoa (Ansa)
Una manifestazione dei lavoratori e delle lavoratrici dell'Alcoa (Ansa) 

Cronaca

Un 8 marzo in memoria delle operaie uccise in fabbrica pensando a quelle che oggi rischiano il posto

di Claudia Mura
La battaglia dei lavoratori dell’Alcoa è ormai nota e non è certo la visibilità che è mancata alle proteste degli uomini e delle donne col posto di lavoro a rischio perché la multinazionale statunitense vorrebbe chiudere i battenti andando a riaprirli in paesi più “convenienti”. Ne hanno fatte di tutti i colori per fare sentire le proprie ragioni: cortei a Cagliari e Roma, occupazione dell’aeroporto cagliaritano e per ultimo una partecipazione all’ “isola dei cassintegrati”. Una delegazione di operai dell'Alcoa di Portovesme è infatti sbarcata giovedì mattina all'Asinara, l'isola a nord della Sardegna già occupata da un gruppo di operai della Vinyls di Porto Torres e ribattezzata in modo da fare il verso al “famoso” reality. Un ponte tra le crisi industriali del nord e il sud della Sardegna: vertenze che vedono migliaia di lavoratori in lotta per la salvaguardia del posto di lavoro.
Milena Masia è una dipendente Alcoa da 27 anni, è coordinatrice del laboratorio chimico che controlla il processo dalle materie prime al prodotto finito. Un prodotto, l'alluminio, che un tempo lo Stato italiano considerava strategico. Oggi le strategie nazionali sono di più difficile comprensione.
“Io non so se i nostri politici hanno valutato davvero la portata dell'eventuale catastrofe sociale se Alcoa dovesse chiudere. Non ho capito se l’alluminio è ancora strategico per l’Italia.”
A che punto è la trattativa?
“Il governo ha esercitato delle pressioni nei confronti dell’azienda che ora è disposta ad aspettare sei mesi per prendere la decisione definitiva: chiudere o no. Prima aveva chiesto la cassa integrazione, ora aspetta. Temporeggiano anche perché sono in attesa della decisione della Comunità Europea sui costi dell’energia. I costi sono stati definiti con un decreto governativo, che dovrebbe diventare legge il 27 marzo, ma l'azienda, che ha già ricevuto una multa da 300 milioni di euro, ha timore che quel decreto sia considerato aiuto di Stato.”
Che otto marzo sarà per le lavoratrici Alcoa?
“L’otto marzo non è una festa, mai considerata tale e non amo i festeggiamenti di sole donne. E poi quest'anno è tutto negativo, in questo contesto c'è poco da festeggiare. Penso poco all’emancipazione femminile perché c’è una situazione davvero drammatica per tutti, non solo per le donne. Mi viene difficile scindere la nostra situazione. Come lavoratrice Alcoa mai avrei pensato di rischiare il posto lavorando per una multinazionale americana. A 50 anni dovrei avere davanti ancora 10 anni di lavoro ma chissà.”
E chi è più giovane, chi ha iniziato da poco a lavorare?
“Qua c’è stato proprio il cambio generazionale. Ormai la forza lavoro per l'80% è composta da giovani. Il problema per loro è grande ma anche per me... Cosa faccio vado a casa? Certo, almeno nel mio caso in famiglia siamo in due a lavorare. Ma qui, in questo territorio, la maggior parte è monoreddito ed è particolarmente difficile pensare a un'alternativa. Alcoa è una delle poche realtà industriali ancora viva. Le aziende che fanno parte della filiera hanno già chiuso.”
Crisi economica a parte, come si è arrivati a questa situazione?
“La cosa tragica è che questa multinazionale ha prodotto utili ma non ha investito nello stabilimento. Lo ha fatto in altri paesi dove costa meno e ora l’impianto è vecchio e per andare avanti bisognerebbe fare un piano strategico serio, di almeno 10 anni.”
Avete fatto di tutto per farvi notare, per attirare l'attenzione dei media.
“Sì, era importante che l'Italia sapesse e la copertura dei media è stata soddisfacente, ne ha parlato tutta Italia. Le iniziative più eclatanti, come quella del sequestro del direttore e dell’intervista con gli incappucciati hanno attirato la giusta attenzione. Lui si è spaventato molto ma non è successo niente. Il fatto è che fra noi ci sono persone molto preoccupate e molto arrabbiate, disposte a tutto.”
Lei è un’impiegata, ma operaie ce ne sono in fabbrica? Come sono gli equilibri fra personale maschile e femminile?
“Proprio operaie non ce ne solo, ci sono colleghe che fanno un lavoro da tecnico ma in produzione non ci sono donne. Ce ne sono nei settori della sicurezza, in quello relativo alla tutela dell'ambiente e nelle risorse umane. Nel mio gruppo siamo in 4 e pure la nostra responsabile è donna.”
Quante siete in tutto?
“Venti su 500.”

Una percentuale bassissima.
“Alcoa aveva fatto un programma di inserimento della donne nelle assunzioni stagionali e per due anni erano state inserite nuove colleghe. Poi si è fermato tutto.”

Perché?
“Siamo ovviamente penalizzate perché c’è ancora la mentalità che le donne non debbano stare agli impianti. Sostengono che non sia un ambiente femminile e che gli uomini si troverebbero a disagio.”
Un misto di patetico paternalismo e di bieco egoismo.
“Si fanno turni di tre tipi e il nostro contratto prevede per le donne solo il primo e il secondo. È una discriminazione giustificata dal fatto che il lavoro è pesante.”
E secondo lei il lavoro è davvero talmente pesante da giustificare la discriminazione?
“No. Ci sono donne che fanno lavori anche più pesanti. In altre fabbriche come la nostra le donne sono inserite, per esempio, alla guida dei mezzi. E poi io sono del parere che anche in produzione ci siano posizioni adatte. Alcune mansioni degli operatori di impianto non sono faticosissime.”
Le è mai capitato di subire delle discriminazioni in azienda?
“Assolutamente no, né ho avuto mai notizia di fenomeni simili che abbiano interessato altre colleghe. C'è sempre stato rispetto nei confronti delle donne. Fino a 10 anni fa ero l’unica ragazza in un ambiente tutto di uomini e devo dire che hanno avuto anche un occhio di riguardo per me. Si offrivano spesso di aiutarmi.”
Insomma colleghi gentiluomini ma vertici aziendali piuttosto maschilisti. Mi sa che il nostro otto marzo ce lo dobbiamo tenere stretto.
“Certo. Però io non aspetto l’otto marzo per riflettere sull'emancipazione e su cosa fare per migliorare me stessa. Sono soddisfatta di me, del mio lavoro e anche fra noi donne non ci facciamo mancare i nostri momenti di condivisione a prescindere dagli anniversari. E poi se devo essere sincera a me questa giornata mette sempre un po’ di tristezza.”
Perché?
“Per quelle donne che sono morte in fabbrica. Hanno perso la vita per difendere il loro lavoro. Pure noi difendiamo il nostro e non so davvero che fine faremo. Mi dispiace soprattutto per i giovani.”
07 marzo 2010
 
 
 
 
  
 

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