Pisano, 55 anni, ha all'attivo una decina di primi interventi mondiali con il robot, quali la prima resezione della testa del pancreas, la prima asportazione di un polmone, il primo prelievo da vivente della metà destra del fegato a scopo trapianto, la riparazione di un aneurisma renale. E' Pier Cristoforo Giulianotti, docente di Chirurgia generale e robotica all'Università dell'Illinois, a Chicago. A Milano, questo autentico primatista mondiale di sale operatorie ipertecnologiche è intervenuto al 5° incontro sul 'Futuro della Sanita'', in occasione del 10mo anniversario della chirurgia robotica in Italia, Paese dove c'è il maggior numero (41) di robot chirurgici "Da Vinci" dopo gli Usa (863), mentre in Europa ce ne sono 211 e nel resto del mondo 97. Giulianotti è stato un pioniere, avendo eseguito proprio in Italia il primo intervento nel 1999 a Grosseto, città in cui egli stesso ha inaugurato nel 2004 la prima 'Scuola Internazionale di Chirurgia Robotica' in Europa, tuttora principale punto di riferimento per questa disciplina.
Per lui la chirurgia robotica "è una rivoluzione irreversibile. L'uomo chirurgo - dice - ha dei limiti nei propri sensi, nella capacità di tagliare, vedere, suturare. Nella robotica è diverso: non c'é contatto fra chirurgo e paziente ma un'interfaccia spaziale, c'é il mondo infinito dell'immagine, catturata con sensori biologici che permettono di vedere l'invisibile ad occhio nudo".
Il sistema robotico per Giulianotti riduce l' invasività degli interventi con una visione tridimensionale e magnificata del campo operatorio, ne moltiplica la precisione, abbrevia la durata, con minor dolore e numero di cicatrici.
"La prossima evoluzione - annuncia Giulianotti - prevede l' inserimento di un minuscolo ecografo nella parte terminale di uno dei quattro bracci, dando all' operatore la possibilità di avere anche la visione della parte sottostante il campo operatorio". Primario a Grosseto, il professore aveva cercato di espandere in Italia questa tecnica. Ma mille ostacoli lo hanno convinto ad accettare, tre anni fa, l'offerta americana che a Chicago gli aveva messo a disposizione una cattedra universitaria. E' uno dei cosiddetti 'cervelli in fuga': "Gli americani sono così - dice -: vanno a prendere le competenze dove ci sono. Ora lavoro a un progetto affascinante: la 'sala operatoria del futuro'. Certo, con un bel progetto in Italia potrei anche riconsiderare la mia decisione. Strano Paese il nostro, ha gente di grandi capacità ma non riesce a creare le sinergie per portare avanti un progetto".
04 dicembre 2009