Mancano pochi giorni all’appuntamento di Copenaghen, dove i leader mondiali dovranno cercare un
accordo per ridurre le emissioni di CO2 e salvare il pianeta dalle pericolose conseguenze dei mutamenti climatici. La Danimarca, Paese ospitante, ha già preparato
una bozza di intesa ma le difficoltà che si delineano per uscirne con una posizione univoca sono enormi. Molti gli interessi nazionali contrapposti e le differenze economiche che ostacolano il raggiungimento di un accordo concreto. Secondo Ermete Realacci, presidente onorario di Legambiente e responsabile per l’ambiente del Pd, tuttavia, vale la pena di conservare una certa dose di ottimismo.
Onorevole, a Copenaghen si rischia di chiudere con un altro flop?
"Francamente penso di no, perché da una parte non ci saranno meccanismi stringenti né verranno firmati accordi che prevedono controlli, e dall’altra tutti gli attori hanno, con le differenze del caso, interesse a siglare un impegno significativo. Inoltre arriviamo all’appuntamento in condizioni migliori del passato. Obama rimane proiettato verso il contenimento dei gas serra, e anche altri Paesi come il Giappone e l’Australia hanno ottime intenzioni. Senza contare la posizione favorevole della Cina".
Le Nazioni in via di sviluppo potrebbero però porre problemi. Penso a Paesi come l’India che, a ragione, devono pensare anche al loro miglioramento economico
"Anche l’India ha annunciato la possibilità di un accordo sulla base della diminuzione dell’intensità carbonica del 24% per unità di pil (rispetto al 2005) entro il 2020. Ciò indica che c’è, comunque, la volontà di mettersi in movimento. Dobbiamo del resto considerare che l’India ha dei consumi energetici pari alla metà (addirittura) di quelli cinesi. E quanto ai cinesi, è vero che hanno affiancato gli Usa per consumi energetici, ma hanno il quadruplo dei loro abitanti. Abbiamo quindi situazioni molto differenti e ci vorrà attenzione per riuscire a conciliare i vari interessi".
Cosa si può fare per eliminare le distanze e superare gli interessi particolari?
"Ci sarà da fare un ragionamento sulle tecnologie e serviranno mosse negoziali. Gli stati emergenti hanno messo una serie di condizioni sulle tecnologie e anche sulle risorse che i Paesi ricchi dovrebbero trasferire loro, ma si potrebbero stabilire anche delle regole. In Occidente si parla, per dirne una, di introdurre il calcolo delle emissioni di CO2 incorporate nei prodotti e di far scattare un dazio qualora si superi una certa quantità di esse. Sarebbe una spinta a frenare le delocalizzazioni, e sarebbe una sfida per i Paesi emergenti ad acquisire comportamenti virtuosi".
Più precisamente, come funzionerebbe una cosa del genere?
"Certo non è molto semplice, si tratta di calcolare comparto per comparto cosa accade, ma significa essenzialmente che se in un posto si produce più CO2, tu introduci un dazio che non renda conveniente andare a inquinare in quel dato Paese. Si vuol fare una cosa analoga anche in relazione ai diritti sociali, per scoraggiare lo sfruttamento. Può essere uno degli elementi di trattativa a Copenaghen, dove mi aspetto che vengano fuori degli impegni politici concreti pur rimandando ad un secondo momento un accordo vero e proprio".
Perché è così difficile arrivare ad un accordo subito?
"Le posizioni sono molto distanti. Soprattutto non si può chiedere ai Paesi emergenti di fare uno sforzo come gli altri senza contropartite, perché, per dirla in termini oxfordiani, avrebbero ragione di dirti ‘scusa ragazzo ma va a…’ Quando emetto un ottavo di quello che emetti tu (Paese sviluppato), come puoi chiedermi accordi stringenti che limitano il mio, di sviluppo?"
Lo snodo sembra stare proprio qui: se i Paesi industrializzati non aiutano quelli poveri, passandogli tecnologia e finanziamenti per agevolare il loro “sviluppo verde”, non se ne esce.
"Non c’è alcun dubbio, è proprio così. Questa è una grande partita aperta anche sul piano geopolitico. E implica tantissimi passaggi in cui l’Italia, può essere protagonista perché ha un sistema vitale di imprese, a patto di non lasciarsi sfuggire le occasioni".
Ad essere più precisi?
"Mi viene in mente un esempio che riguarda un progetto per la produzione di energia termica da realizzarsi in Nord Africa. Si parla di enormi fondi della Unione Europea e ci sono vantaggi evidenti. Nel Nord Africa ci sono spazi sconfinati e si può produrre energia elettrica in modo ottimale. Inoltre si potrebbe utilizzare la quantità di calore residuo per realizzare impianti di dissalazione. Noi potremmo essere in pole position in un progetto simile e produrre energia in modo conveniente per la nostra nazione".
Ma dovremmo convogliare l’energia fino in Italia, non è un costo aggiuntivo rilevante?
"No, anche perché la perdita è ridotta (sul 3 per cento). Funzionerebbe un po’ come con il metano".
E allora, qual è il problema?
"Il problema è che in questo progetto si sta muovendo fortemente la Germania, mentre l’Italia è completamente assente. Eppure noi abbiamo la Angelantoni, una impresa di origine umbra, leader nel settore solare che ha lavorato sui progetti di Rubbia, probabilmente la miglior azienda europea del settore specifico. Mentre l’Italia sta ferma, la tedesca Siemens si è comprata un pezzo di questa società. Lo dico perché la cosa importante, prima, durante e dopo Copenaghen, è tener d’occhio gli enormi campi che si aprono nell’innovazione, nella ricerca, nelle opportunità di penetrazione commerciale e competitività legati a questi settori. Campi capaci di cambiare l’edilizia, i trasporti ed altri settori economici. La green economy in Italia può incrociarsi, per altro, con le produzioni di qualità e offrirci opportunità molto interessanti".
Come dire che si può porre un ulteriore tassello per il cambiamento di un processo di sviluppo che non può continuare a sfruttare in eterno l’energia del petrolio?
"Sì, ma non solo questo: è un tassello coerente con la sfida italiana che si basa sulla qualità e non sulla quantità, ed è chiaro che noi, se vogliamo vincere, dobbiamo puntare su questo".
Realisticamente parlando, che tipo di accordo può venir fuori dal summit di Copenaghen?
"Io penso che sarà un accordo, grosso modo, sulla linea di quello
ipotizzato dagli Usa. Obama ha preso l’impegno a ridurre del 17% le emissioni entro il 2020, e dell’80% entro il 2050 (percentuale molto alta, in verità, che difficilmente potrà essere rispettata)".
Sembrano date lontane, tanto che Greenpeace ha appeso negli aeroporti danesi dei manifesti pubblicitari con le facce dei leader mondiali invecchiati che chiedono scusa per non aver trovato una soluzione quando possibile.
"Sì, non c’è dubbio che ci siano anche elementi di 'astuzia', ma bisogna ammettere che il 2020 ‘è domani’. Ci sono dieci anni per ridurre le emissioni rispetto al 2005. Credo che anziché logorarsi su scenari ansiogeni sia importante mettere almeno in movimento il mondo verso questa soluzione".
Quello del “20, 20, 20” europeo (ossia riduzione del 20% delle emissioni, miglioramento del 20% dell’efficienza energetica e aumento del 20% delle energie rinnovabili) è un impegno sempre valido?
"E' un impegno con il quale il nostro Continente arriva a Copenaghen, ma il problema è che l'Europa è attualmente debole da un punto di vista politico. Lo dico con grande rimpianto, considerato che il Vecchio Continente ha tenuta viva l’attenzione nel periodo di Bush, quando anche nazioni come il Giappone erano distanti dall’esigenza di ridurre le emissioni. Ora ci sono altre condizioni ma l’Europa non ha più il peso politico di una volta. Servirebbe esercitare una grande influenza e tuttavia siamo meno di quel che vorremmo essere".
Sarà solo per il fatto che si sono affacciate altre realtà importanti sullo scenario mondiale?
"L’Europa rimane un soggetto forte da un punto di vista economico ma, purtroppo, è debole politicamente, perché non parla con una voce sola. Peccato, perché mi viene in mente una parte molto bella della Costituzione europea: definisce l’Europa ‘spazio privilegiato della speranza umana’. E se c’è un terreno in cui l’Europa ha svolto questa funzione è quello del clima, solo che adesso dovrebbe concretizzare, anche guidare, e ciò - in questo momento - mi sembra molto difficile".
02 dicembre 2009