L'acqua è un bene primario (Ansa)
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Cronaca

Acqua ai privati, Landi di Adiconsum: "Garantire ai cittadini efficienza, economicità e tariffe contenute"

di Ignazio Dessì
Sì a una riforma per migliorare il sistema di gestione dell’acqua, in forma pubblica o privata, ma mettendo dei paletti che evitino speculazioni selvagge da parte dei privati con oneri sempre più pesanti per le spalle dei cittadini. Presupposti sicuramente non presenti nella normativa del decreto Ronchi convertito in legge dal Parlamento. Per questo le associazioni dei consumatori come l’Adiconsum sono pronte a promuovere un referendum abrogativo se le cose non cambieranno, come ci spiega l’amministratore delegato Paolo Landi.
Ci illustra meglio la vostra posizione?
"Noi riteniamo che una riforma nel settore idrico in Italia sia necessaria, perché occorre ottimizzare un sistema che risente fortemente di sprechi, inefficienze e costi clientelari. Ma occorre stabilire dei criteri ferrei che governino il nuovo assetto".
La formula di Adiconsum?
"La gestione dell’acqua può dar luogo a una situazione diversificata, con imprese interamente pubbliche, con partecipazione privata di minoranza o interamente in mano ai privati. Nel settore convivono realtà pubbliche gestite in modo esemplare ed altre gestite in modo disastroso e realtà private gestite con efficienza ed altre gestite in termini speculativi. Partendo da queste considerazioni, l’importante per noi è che il funzionamento sia tale da garantire efficienza, economicità e tariffe contenute: che i cittadini, cioè, ne abbiano un vantaggio".
Molti sostengono però che l’affidamento ai privati della gestione sia l'unica formula vincente.
"Si dice che il privato è garanzia di buon funzionamento, ma non sempre è così. 'L’acqua del sindaco' non è sempre sinonimo di bassa qualità e inefficienza e ci sono esempi di gestione pubblica che hanno garantito utili. Obbligare a privatizzare anche laddove il servizio è svolto in modo efficiente da società pubbliche è un’imposizione inaccettabile".
Quali sono quindi i paletti che voi volete mettere?
"Prima di tutto la garanzia che la proprietà delle reti resti davvero pubblica, evitando epiloghi come quelli della rete telefonica dove ormai non c’è centrale che Telecom non abbia ceduto in leasing ad altri. Poi recuperare regole di sana gestione degli acquedotti. Introdurre una autorità nazionale di controllo (quelle locali dipendono troppo dalla politica) per determinare e far rispettare le tariffe, stabilendo criteri precisi di standard e qualità e poteri di sanzione".
Lei ha chiesto bandi di gara a prova di bomba: si spieghi meglio.
“Il privato non entra per fare gli investimenti, ma solo se ha certezza di ritorno di elevati utili o tramite le tariffe o tramite i lavori di appalto. È indispensabile quindi il bando di gara ad hoc non solo nei confronti delle imprese che intendono gestire il servizio, ma anche delle imprese che intendono effettuare i lavori”.
Ma, in definitiva, è personalmente più favorevole alla gestione pubblica o a quella privata?
"Ovviamente preferirei un sistema di gestione pubblica in grado di funzionare bene, ma come associazione non possiamo avere posizioni ideologiche e, dunque, anche il privato può essere ammesso a patto che rispetti certe regole, sia controllato e faccia investimenti".
Però l'esperienza dimostra che quando subentrano i privati le tariffe aumentano anche del 300 per cento e spesso ne risente la qualità delle acque. E' paradossale il caso della Toscana dove l’ottimizzazione dell’utilizzo delle risorse idriche (l'eliminazione degli sprechi) comportò un calo di consumi (un bene per l’interesse pubblico ma non per quello privato) con immediata decisione del gestore di alzare le tariffe.
“Sì, è questo il rischio. Con i privati, in genere, le tariffe aumentano. Come il caso dell'Abruzzo, per esempio, dove la Spa privata, una volta subentrata, pose immediatamente l’esigenza di un primo aumento solo per far fronte alle spese di gestione. Per questo noi pretendiamo l’introduzione di prerequisiti per la gestione privata dell’acqua, altrimenti, in una campo come questo dove non c’è concorrenza, il privato finisce per fare ciò che vuole”.
Che dire agli assertori a oltranza del "privato è bello"?
"L’esperienza francese, in cui grandi città come Parigi hanno deciso di ritornare al pubblico per i costi eccessivi e per la bassa qualità, devono far riflettere anche gli assertori più convinti della privatizzazione".
Alcuni sostengono che la privatizzazione dell’acqua sia un regalo – in certe zone – alla criminalità organizzata.
“Purtroppo le mafie sono già dentro, in molti casi, al business. Se non stiamo attenti, però, finiranno col controllare direttamente le società di gestione. Anche per questo bisogna creare una authority nazionale".
Quindi riassumendo?
“Sì alla riforma a certe condizioni. Nel merito, valutare l’opportunità dell’affidamento al pubblico o al privato caso per caso".
Come considerate l’agire a colpi di fiducia del governo per l’approvazione delle norme in questo settore?
"Qualunque sia il governo, qualunque colore abbia, non si può andare avanti a colpi di fiducia e maggioranza. In un ambito delicato come quello dell’acqua ci vuole sempre un ampio confronto. Come avviene in genere a livello europeo dove prima di tutto si fanno gli studi, poi si discute, ci si confronta e alla fine si prende una decisione. Questa è democrazia, andare avanti con lo strumento della fiducia su questioni che riguardano la collettività non lo è. Secondo me, comunque, la legge verrà modificata".
E se non venisse modificata?
"Il referendum abrogativo diventerebbe inevitabile”.
 
20 novembre 2009
 
 
 
  
 

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