Don Luigi Ciotti, il fondatore di Libera e del Gruppo Abele (Foto Ansa)
Don Luigi Ciotti, il fondatore di Libera e del Gruppo Abele (Foto Ansa) 

Cronaca

Don Ciotti: "Il caso di Stefano Cucchi? Innanzitutto è un problema sociale ed umano"

di Paolo Salvatore Orrù
Lo scudo fiscale, la morte di Stefano Cucchi, le lacune della legge che depenalizza l’uso della droga, la lotta a tutte le mafie. Sono questi gli argomenti che Don Luigi Ciotti, un sacerdote che non ha mai esitato ad accollarsi sulle spalle la croce di tanti reietti, carcerati, malati di Aids e tossicodipendenti, ha affrontato nell’intervista rilasciata a Tiscali. Don Ciotti, fondatore del Gruppo Abele e di Libera, si è infilato, senza nessuna ansia o timore, negli scomodi panni del buon samaritano. Del resto, la missione che si imposto è quella di far oscillare una spada sulla testa delle organizzazioni criminali, ma anche di essere lo sguardo che indaga, fruga, nella coscienza dei politici. Perché ai più deboli non bisogna far credere "che vivere onestamente sia inutile”.

Don Ciotti, molti tossicodipendenti sono in carcere...
"Sono circa 15mila le persone con problemi di dipendenza nelle nostre carceri. Un numero enorme, che quasi raddoppia se pensiamo alle persone detenute per reati legati alla legge sulla “droga” e che contribuisce a rendere le nostre carceri sovraffollate e invivibili, per chi sconta la pena ma anche per gli operatori impegnati a dare alla pena il fine sociale previsto dalla Costituzione. Il percorso proposto dal Gruppo Abele parte da lontano, da quando nella prima metà degli anni 70 promuovemmo iniziative, tra cui uno sciopero della fame, per cambiare la legge sulla droga, che allora prevedeva per il consumatore il carcere o l’ospedale psichiatrico. Alla fine degli anni 80, quando la legge 685 fu rimpiazzata dalla 162, che riproponeva una logica repressiva, promuovemmo assieme ad altre realtà e associazioni il cartello “Educare, non punire”.
La tossicodipendenza è una malattia, lo Stato se ne prende cura?
Le persone tossicodipendenti sono persone vulnerabili, che hanno bisogno di cure e soprattutto di percorsi che li aiutino a uscire dalla dipendenza. Ma la lotta alla droga comporta anche, a monte, un grande investimento educativo: la dipendenza nasce spesso da vuoti relazionali e affettivi, da percorsi di crescita privi di riferimenti. Il carcere in ogni caso non può essere una risposta, e per questo è necessario incentivare le misure alternative, come del resto previsto dalla legge nel caso in cui la pena da scontare non sia superiore ai 6 anni. Ben diecimila persone tossicodipendenti si trovano in questa condizione e potrebbero dunque essere affidate alle comunità o alle strutture del servizio pubblico, messe in condizione di voltare pagina, di ricostruirsi una vita diversa. È una scelta urgente, da intraprendere nei fatti e non solo a parole, per abbassare gli altissimi costi umani, ma anche economici, del nostro sistema carcerario".
Lei è favorevole alla depenalizzazione delle droghe leggere?
"Precisato che è contro il buon senso e l’evidenza scientifica mettere sullo stesso piano droghe leggere e pesanti, il possesso di droga per uso personale è già depenalizzato. Il rischio di una “ripenalizzazione” però esiste, e dipende dalla discrezione con cui inevitabilmente s’interpreta un concetto come “modica quantità”, senza contare il fatto che uso personale e piccolo spaccio spesso si sovrappongono, sicché la persona tossicodipendente è solo l’anello debole di un traffico criminale e mafioso sul quale andrebbero sì concentrati tutti gli sforzi repressivi. Sarebbe però un grave errore vedere solo le implicazioni penali di una questione che è anche educativa. Il vuoto che spinge le persone a fuggire dalla realtà attraverso le sostanze – le droghe come l’alcol – ci deve interrogare profondamente. Dietro c’è una domanda di senso e un’assenza di prospettive che attraversano il corpo sociale nella sua complessità e alle quali tutti, politica e istituzioni, associazioni e cittadini, siamo chiamati a dare una risposta. E’ un vuoto che va colmato di relazioni e progetti che rendano le vite libere e al tempo stesso responsabile. Dobbiamo tutti educarci a essere liberi con e insieme agli altri, non contro gli altri o contro noi stessi".

Lo scudo fiscale può essere utilizzato dalle organizzazioni criminali per rifinanziare le loro attività?

"Certo c’è il rischio che la criminalità organizzata approfitti di questa misura per far rientrare in Italia capitali frutto di attività illecite. Lo stesso Governatore della Banca d’Italia ha sollevato perplessità prima della sua approvazione, in particolare riguardo alla possibilità di mantenere l’anonimato per chi usufruisce dello scudo. C’è poi un altro aspetto che mi preoccupa ancora maggiormente, ed è il potenziale effetto “diseducativo” del provvedimento. Un provvedimento che rischia di incentivare per il futuro proprio quell’evasione fiscale che si propone di combattere, e che, come i periodici condoni approvati in altri campi, rende purtroppo concreto ciò che Corrado Alvaro, grande scrittore calabrese della Locride, definiva “la disperazione peggiore di una società". Il dubbio, cioè, "che vivere onestamente sia inutile”.
Cosa ne pensa del “caso” di Stefano Cucchi, il giovane di 31 anni, fermato dai carabinieri per droga il 15 ottobre scorso, a Roma, e morto il 22 mattina nel carcere di Regina Coeli?
"Mi sento vicino alla sua famiglia, innanzitutto. Non sta certamente a me avanzare ipotesi sulle cause di questa morte, sulla quale la magistratura sta indagando. Ma posso dire che, al di là di eventuali responsabilità che devono essere chiarite, la morte di Stefano ha alle spalle il meccanismo di una legge che considera sul piano penale un problema come quello della droga, che è innanzitutto sociale ed umano".
 
 
 
19 novembre 2009
 
 
 
  
 

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