È polemica sulla
morte in cella della brigatista Diana Blefari Melazzi. I legali e le associazioni che si battono per i diritti nelle carceri parlano di "morte annunciata". A stabilire che "fosse non incompatibile con la detenzione carceraria, tenuto conto del suo stato psicofisico, è stata la magistratura", ribatte il ministro della Giustizia Angelino Alfano in un'intervista a
Mattino 5. Anche il capo del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria Franco Ionta, che si è recato a Rebibbia, ha detto che la "sistemazione" della terrorista "era corretta.
L'inchiesta interna - "Là dove si trovava detenuta - afferma Alfano - le condizioni ambientali non erano denotate da sovraffollamento o da situazioni poco dignitose". In ogni caso - conclude Alfano - come per la vicenda della morte di Stefano Cucchi "nessuna ombra deve rimanere su casi così delicati", motivo per cui il ministro "ha raccomandato la massima celerità possibile" per la conclusione dell'inchiesta interna all'amministrazione penitenziaria.
Le condizioni psichiche della detenuta - A parlare subito di "una morte annunciata" è stato il presidente dell'associazione Antigone, Patrizio Gonnella, che si batte per i diritti nelle carceri. "Aveva senso tenere in carcere una persona che stava così male?". Perché da tempo Blefari "schizofrenica e inabile psichicamente", passava le sue giornate, come ricorda il garante dei detenuti del Lazio, Angiolo Marroni, "in completo isolamento, in una cella singola, per la maggior parte del tempo a letto e al buio rifiutando spesso cibo e medicine", senza rapporti con altre detenute e operatrici volontarie.
Gli avvocati - Blefari dal 21 ottobre era arrivata dal carcere fiorentino di Sollicciano dopo essere passata anche nell'ospedale psichiatrico di Montelupo Fiorentino e nel penitenziario dell'Aquila. "Siamo sotto choc, abbiamo fatto tante battaglie, abbiamo cercato in tutti i modi di far riconoscere il profondo disagio di Blefari. Ora è troppo tardi", ha detto il suo avvocato Caterina Calia, difensore, insieme con l'avvocato Valerio Spigarelli. Il legale ricorda le numerose perizie psichiatriche a cui era stata sottosposta la terrorista per verificare la sua capacità di stare in giudizio. Secondo la difesa, Blefari soffriva di una grave patologia psichica e più volte le stesse difese avevano sollecitato il riconoscimento di tale situazione. Ultimamente sia la Corte di Cassazione sia nei mesi scorsi il gup del tribunale di Roma, avevano respinto tali istanze.
Aperto un fascicolo senza indagati - Nel 2008 la brigatista in un momento di particolare tensione emotiva aggredì un agente di polizia penitenziaria e il 23 novembre prossimo sarebbe dovuto cominciare il processo. Sul caso il pm Maria Cristina Palaia ha aperto un fascicolo senza indagati e ha disposto l'autopsia. Ma la procura di Roma potrebbe riesaminare l'intero iter giudiziario della Blefari in considerazione della sua presunta patologia psichica, come emerso in questi anni dalle numerose richieste di consulenze.
Indagini interrotte - La morte della Blefari arriva quando forse la terrorista aveva deciso di svelare elementi ritenuti utili agli investigatori per far luce sugli omicidi D'Antona e Biagi e giungere alla individuazione di altri personaggi coinvolti nelle Nuove Brigate Rosse. Avrebbe potuto svelare molti punti oscuri dell'organizzazione a cominciare dalle armi e dal nascondiglio dove sarebbero state celate, compresa la pistola usata per uccidere Biagi e D'Antona. La brigatista doveva rispondere nei prossimi giorni, in particolare, alle domande del pm Erminio Amelio, su Massimo Papini arrestato il 2 ottobre scorso dalla Digos. Papini, 34 anni, romano, era stato arrestato con l'accusa di partecipazione a banda armata delle Br-partito comunista combattente. Per gli investigatori sarebbe stato legato a Blefari e l'avrebbe accompagnata all'internet point dove la donna fece partire la rivendicazione dell'omicidio Biagi.
02 novembre 2009