Dopo la Pivano, se ne è andata un'altra figura rappresentativa della cultura e storia della città di Milano, di quando Milano aveva ancora il dono di un’autenticità metropolitana non solo borghese e piccolo-borghese, non solo conformista e imbustata, ed aveva ancora qualche sentore del Gran Milan delle mitologie popolari, quelle del Barbapedana e della Compagnia della teppa, di Valera e di Ferravilla, di Tino Scotti e della Wandissima, dell’Arialda testoriana e della Mafalda legnanese, anche degli scrittori e dei poeti, di Montale e di Vittorini.
E’ anche per questo che figure come quella della Pivano e della Merini – “la Nanda”, mentre Alda era “l’Aldamerini” – emergono oggi, nell’attenzione dei media e delle amministrazioni pubbliche, con maggiore forza delle fiacche figure attuali baciate dalla fama: residui e memoria, un passato ricco di colore e sapore da imbalsamare in mancanza di miti migliori, ma insieme ai miti assai più caduchi della mediocrità galoppante, per esempio, dello sport o della tv (vedi gli onori tributati pochi mesi fa a Mike Buongiorno). In qualche modo, Pivano e Merini hanno avuto qualcosa a che fare con Pinelli, con quella storia decisamente e sotto tanti aspetti finale, ma Pinelli sarà recuperato con difficoltà e non per il momento…
La Merini abitava sul Naviglio, non lontano dal palazzone moderno che dava però sul Naviglio Grande, verso la Darsena, dove abitava in un grande appartamento pieno di libri e di luce Elio Vittorini. La casa della Merini, quando fu dichiarata più o meno guarita dopo grandi dosi di psicofarmaci ed elettrochoc, era un appartamento “di ringhiera”, in un cortile interno piuttosto malinconico, ed era piccola e sporca: un cumulo di cose in grande disordine. Chissà se Vittorini e Merini si sono incrociati, conosciuti.
Probabilmente no, prima ancora che la Merini divenisse, dimenticata, una malata da ospedale psichiatrico, Vittorini, per quanto democratico, non frequentava i suoi stessi ambienti, anche se trani e osterie potevano appartenere a entrambi. Vittorini è morto nel 1966, la Merini aveva pubblicato prima di allora solo due cauti libretti di versi, il secondo del 1961, e subito dopo finì in manicomio per una ventina d’anni. Tanti, tantissimi. Quando ne uscì, scrisse il suo Diario di una diversa nel 1986, il suo nuovo libro di versi nel 1984, La Terra Santa.
Fu probabilmente l’attenzione che le dedicò allora Giovanni Raboni, ottimo poeta e anche buon critico ma a Milano, più di Sereni e Fortini, anche l’arbitro della fortuna o sfortuna dei poeti locali, e non solo locali, a renderla accettata e rispettata nella comunità letteraria. Era un personaggio che non poteva dar fastidio, nell’ambiente, tanta era la sua diversità; e che anzi permetteva, amandola, di togliersi qualche macchia della coscienza.
L’impressione di coloro che la videro o frequentarono in quegli anni – circondata da un numero crescente di estimatori, perlopiù superficiali e attirati da una certa aura di folklore jannacciano post-’68, un ambiente anarcoide a parole e molto poco nei fatti – fu che “l’Aldamerini” stesse al gioco e anche un po’ ne profittasse, giustificata dalle sofferenze passate e anche incombenti. Milano la visse come una figura esemplare di emarginata e di donna di una Milano antica ma languente e morente, una figura di poeta maledetto, e lei non sembrò aver niente contro quest’immagine, anche se ogni tanto, con molto humour, sbottava, presto perdonata per la sua storia o per l’ironia che non lesinava ai suoi estimatori, ma che portava anche a se stessa.
Buon poeta, certamente, a tratti di lancinante verità e semplicità, ma soprattutto bel personaggio. Umile e potente, chiara e sincera, e religiosamente vera. E di personaggi così, anche se la borghesia milanese se ne è appropriata, noi continuiamo ad avere bisogno, fuori dai canoni, ed espressione di una verità che è quella della discriminazione, dell’ingiustizia sociale, del dolore.
03 novembre 2009