Stavolta Alessandro Baricco – per la cui persona, per molti motivi, non sono mai riuscito a provare l’antipatia che ha suscitato in molti il suo abnorme successo e l’antipatia che molti suoi libri meritano – mi stava per fregare: la prima parte, più della metà, del suo nuovo breve romanzo Emmaus (Feltrinelli) mi sembrava convincente e soprattutto nuova, più austera nell’ispirazione, più controllata nella scrittura, più sincera nell’assunto nonostante la propensione metafisica dei personaggi, bensì insolitamente concreti. Leggendo, pensavo a un Les enfants terribles (il gran bel romanzo di Cocteau), a certi primi film della nouvelle vague, ad alcuni esempi nostrani di “racconti crudeli della giovinezza” che forse l’autore neppure conosce (di Pratolini, di Berto, di Quarantotti Gambini…), pensavo a una virata psicologica e a improvvise problematiche etiche dell’autore, e mi incuriosiva ma non mi preoccupava la “marcia indietro”, apparentemente regressiva, ma benvenuta e foriera di nuove partenze e nuove possibilità, nell’opera dello scrittore torinese, molto romanizzato, rispetto alle sue ambizioni post-moderne e internazionali.
Dopo il tonfo, in tutti i sensi, del suo Beethoven cinematografico, in cui si misurava con i geni, mi sembrava un lodevole segno di modestia che si occupasse di personaggi comuni, di giovanissimi di cui alcuni caratteri potevano anche venire dai suoi amici o dai suoi dilemmi di un tempo, insomma da figure che potevano dar vita a personaggi di carne e di sangue. Non le sue solite marionette, non le solite larve bidimensionali. Inoltre, l’io che diventa il noi o che torna io mi pareva intrigante, con la diversificazione tra la soggettività sin qui negata e una descrizione di gruppo o di area sociale culturalmente definita ma vasta e precisa, con il confronto col dolore singolare e plurale.
La voga del “post-moderno” ha fatto il suo tempo, mi dicevo, e stavo per gridare al miracolo (siamo dalle parti di Emmaus, no?) di un ritorno a esigenze di interrogazioni, magari primarie ma necessarie. E pensavo perfino a svolte di maturazione, a quelle acquisizioni di esperienza che può dare una qualche rivelazione della propria fragilità, della propria inadeguatezza, un qualche forte processo di conoscenza, e se di testa o di cuore o di viscere non importa. Non mettevo in conto le voghe e gli imperativi del mercato (in un periodo di crisi di tutto e del post-moderno, e di crisi o fine della speranza ma di attenzione suprema al movimento delle merci, le inquietudini religiose si portano molto, e finanche i “cannibali” cantano messe) e non mettevo in conto l’irresistibile propensione di Baricco al kitsch: il post-moderno come kitsch del moderno piuttosto che il postmoderno come espressione e necessità dei nuovi tempi.
Insomma, se per buona parte del libro le vicende crudeli e forti dei tre adolescenti cattolici che tentato l’assoluto, dei loro genitori, della ragazza Andre tra androginia e fredda disperazione, parevano esporre dilemmi non solo cerebrali – come è sempre stato in questo autore – a un certo punto l’impressione di novità scompare, e ci si ritrova nel solito Baricco: in un melodramma a freddo, talora anche un po’ stupido e televisivo, a cui una bella manciata di tormenti cattolici bene orecchiati e ben spruzzati dovrebbe aggiungere il sale della curiosità, originalità, morbosità. La spiegazione della rivelazione di Emmaus, in una lettura non proprio originale e tuttavia affascinante, non basta a dar dignità al resto, non solo dignità morale anche dignità letteraria. Il kitsch resta kitsch anche quando condito di recitate tortuosità cattoliche. Peccato, perché probabilmente Baricco qualche intuizione e intenzione seria doveva, in partenza, averla – quella che dà sostanza ad alcune belle pagine e situazioni plausibili della prima parte. Ma il suo gioco è ormai così consolidato e baciato dal successo – il bisogno di kitsch di tutta un’epoca – che ben difficilmente egli riuscirà in futuro a stupirci, nel rispetto dei suoi talenti migliori.
05 novembre 2009